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| Museo in banca Angelo Biancini Opere della raccolta Lercaro - Bologna |
Nella Raccolta Lercaro - da quasi tre mesi risistemata nella sua nuova, spaziosa sede nel centro di Bologna - sono conservate più di 50 opere di Angelo Biancini, scultore romagnolo che con la sua immagine così peculiare e di schietta personalità ha attraversato quasi tutto il Novecento, dalla metà degli anni Trenta alla fine degli anni Ottanta. Fu egli stesso a donare numerosi suoi pezzi prima al Cardinale Giacomo Lercaro e poi al suo successore, Monsignor Arnaldo Fraccaroli- e, dopo di lui, la stessa cosa ha fatto il figlio, fino a costituire presso la raccolta bolognese un nucleo di sculture da cui non si può prescindere per meglio conoscere e far conoscere l'opera dell'artista. È infatti necessario ancora molto lavoro per assicurare a Biancini il posto che gli spetta nella storia della scultura italiana del XX secolo e questo nonostante le numerose rassegne che gli sono state dedicate, soprattutto nella sua terra natale. La produzione un po' stanca, distratta e troppo abbondante degli ultimi anni ha in qualche modo oscurato gli ottimi risultati d'immagine da lui raggiunti nel corso di una intera vita dedicata alla scultura, bisogna perciò riprendere l'esame del suo percorso, per giungere ad una catalogazione credibile della sua opera e ad una altrettanto rigorosa definizione critica della sua personalità artistica. Anche l'attuale presentazione vicentina, pur nella sua stringatezza, tende a questo e si propone come un tassello nella più vasta azione di ripensamento e rivalutazione che attende ancora di essere compiuta e che è ormai urgente affrontare. Per tali ragioni si è pensato di esporre sia alcuni bronzi che diverse ceramiche, per dar conto delle due "materie" preferite di Biancini, sottolineando con le virgolette il senso traslato del termine tecnico che nel suo caso vale come linguaggio, scelta espressiva approfondita e consapevole. Non si possono infatti scindere le due anime dell'opera bianciniana, definendola ora come vera scultura -laddove egli preferisce il bronzo- ed ora come cerami'ca, quando si affida alle magie della terracotta dipinta e smaitata, Tutto in lui è scultura o tende alla scultura, cioè alla sintesi, alla compattezza, alla piasticità della forma, mentre la preziosità del materiale ceramico lo affascina per la ricchezza dei particolari e gli effetti luministici e cromatici che se ne possono trarre. Quando l'artista vuole ottenere un'immagine più severa, magari tormentata, fortemente espressiva, persino monumentale, si affida al bronzo-, quando invece ciò care cerca è il piacere tutto visivo della superficie, anche per narrare un frammento del mito o un episodio evangelico, allora preferisce la pasta ceramica, brillante, coloratissimì, come una fiaba colma di incanti e stupori. Qui sta il nodo, il problema centrale dell'arte di Biancini, la sua sfida più ardita: come coniugare la pienezza di una forrna compatta, l'esigenza di concisione e di sintesi, alla parallela attrazione per l'ornato, ad una voglia di decorazione che invade le superfici con onde ritmiche, palpiti d'ali, vorticar di pulviscolo luminoso e spirali danzanti. E va detto che è proprio questo modo così particolare di "abbellire" ogni figura ed ogni narrazione a caratterizzare ogni suo lavoro ed a conferirgli una precisa identità, un timbro inequivocabilmente personale. Ogni volta che egli raggiunge questo armonioso equilibrio fra i due poli della sua ispirazione e quando, come assai spesso accade, riesce felicemente ad attuare la fusione tra saldezza formale e briliantezza decorativa, ecco che l'opera appare compiuta. Biancini si è occupato per tutta la vita anche di arte sacra, accostando temi sacri e profani con lo stesso amore per le storie dell'uomo, sia che lo spunto sia tratto da un racconto mitologico o da un episodio del quotidiano o da un brano del Vangelo. Anche in questa sua disponibilità a confrontarsi con il cammino dell'uomo in ogni sua manifestazione si può cogliere i'unitarietà della sua poetica, sia che desideri cantare la solarità vittoriosa dell'incontro uomo-natura nella figuretta scattante di un Satiro che è tutto movimento, senso del ritmo e smagliante autenticità, sia che si impegni a sbozzare nella materia grave del bronzo i tratti lacerati e gli spasimi sofferti di una Deposizione in cui la Madre fatica a contenere in un ultimo abbraccio il corpo del Figlio teso come un grido lacerante. Nelle ceramiche si ritrova la stessa spezzatura, lo stesso gesto spigoloso che si rifà all'ultimo Donatello, quello delle figure innervate da un tensione interiore che si traduce in scabrosità formale: nascono in tal modo composizioni come il <Battesimo di Cristo, verticale, quasi bidimensionale, lancinante come un acuto di tromba, e scene composte ma ancora colme di dolore quale la Resurrezione coi Cristo attorniato dagli angeli che in un vorticar d'ali cercano insieme a lui un primo, ancora incerto gesto di vita vittoriosa. Grazie a tale pienezza di sentimenti - che è, innanzitutto, desiderio di comprensione e condivisione - l'artista sfugge alle insidie della superficialità e della precipitazione, riuscendo a donar levità anche alle scene più solenni, mentre la sua immediatezza vale a tratteggiare i suoi racconti visivi come incontri spontanei, come episodi appena accaduti a un passo da noi che fanno parte della nostra vita e la arricchiscono di pensiero e di bellezza. Marilena Pasquali |
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Con la serie di iniziative "Museo in Banca", Banca Intesa intende awicinarsi al pubblico con spunti di conoscenza di alcune tra le più significative esperienze dell'arte italiana tra Ottocento e Novecento.