A Vicenza, Vetrine di Contra' del Monte fino al 25 novembre 2005.
Con la serie di iniziative "Museo in Banca", Banca Intesa intende avvicinarsi al pubblico con spunti di conoscenza di alcune tra le più significative esperienze dell'arte italiana tra Ottocento e Novecento.
Con un ritmo bimestrale vengono proposte minirassegne di opere tratte dalla Galleria d'Arte Moderna della Fondazione Lercaro di Bologna, in un luogo di intensa vita quotidiana qual è contra' del Monte, con l'intento di approfondire la comprensione delle sfaccettate espressioni estetiche contemporanee. Uscendo dalle sedi deputate l'arte cerca così un suo pubblico, auspicando che l'interesse suscitato possa indurre a una più costante frequentazione delle pubbliche collezioni.
Gli animalisti francesi del XIX secolo
In una precedente occasione si è parlato delle analogie e delle diversità che legano la scultura in bronzo italiana a quella francese della seconda metà dell'Ottocento e dei primi del Novecento. Nella "vetrina" La Scultura in bronzo fra Otto e Novecento - presentata a Vicenza nell'estate 2002 - si è tentato infatti di mettere a fuoco i problemi comuni ai due ambiti artistici e di tracciare qualche linea di congiunzione fra gli scultori, ben più noti ed apprezzati, che affollano Parigi e quelli che operano nel non esaltante, periferico e sonnolento ambiente italiano del secondo Ottocento. Non è d'altronde necessario ricordare come i nostri autori migliori, da Medardo Rosso a Eugenio Pellini, da Vincenzo Vela a Pietro Canonica, proprio nella capitale francese sanno trovare nutrimento alla loro crescita e riconoscimento per la loro opera.
In Francia infatti tutto appare meno difficile, tutto - ad iniziare dall'aria che si respira - sembra più aperto e vitale, con un interesse, persino un bisogno di arte e di cultura che nel nostro paese paiono agli artisti non più che lontani miraggi. Negli anni tra il 1860 ed il 1910 il mito di Parigi è al culmine, quasi che la sirena della "Ville lumière" sappia attirare a sé tutta l'arte europea, e quella italiana in particolare, con un canto così stordente da ammaliare chiunque si voglia mettere sul cammino non rettilineo e mai scontato dell'immagine. Ed anche lasciando da parte i nomi più grandi, quelli che hanno fatto la storia di questo periodo straordinario e certamente irripetibile, ci si accorge che è tutto l'ambiente parigino (perchè Parigi è la Francia, perchè tutto qui arriva e qui si consuma) a palpitare di vita, a essere in fibrillazione continua, a vibrare all'unisono come le corde di un'arpa sapientemente accordata.
Nell'ambito della scultura in bronzo, ad esempio, in Francia non si apprezzano soltanto le opere monumentali o il lavoro d'atelier più tradizionale, quello dedicato al ritratto su commissione o alla scena di genere, ma si dà spazio - e spazio notevole - anche a forme in movimento degli animali, una ricerca che, per ampiezza di interpreti e di risultati, dà l'avvio in breve tempo ad un vero e proprio movimento.
Un equivoco va chiarito, subito: i bronzi che rappresentano animali - assai spesso esotici e selvaggi, colti nella concitazione di una lotta all'ultimo sangue o nella calma languida, sensuale, di un riposo abitato da sogni tutti umani - non sono opere minori o, peggio, piacevoli oggetti di arredamento richiesti da un mercato assai più largo di quello italiano, impegnato a "abbellire" gli interni borghesi della grande Parigi o della sonnacchiosa provincia francese. Indubbiamente il mercato d'Oltralpe, già assai maturo negli ultimi anni dell'Ottocento, ha un peso notevole nell'affermazione e diffusione di quello che nell'arco di pochi anni diviene un genere ben preciso, autonomo e di forte identità, quello dei cosiddetti "animalisti", ma ciò che più conta è che il successo della proposta è sostenuto e determinato dalla profonda esigenza di bellezze, di eleganza e di grazia che un'intera classe sociale sa trasformare in domanda vincente.
In Francia si crea dunque un collezionismo attento, fatto di appassionati e di conoscitori che si contendono nelle aste e nei saloni specializzati una Lotta di belve o Due leonesse di Cartier, una Lionne blessée di Valton o i Cerbiatti di Richy: bronzi tutti fusi in numerosi esemplari ma curati e rifiniti con grande attenzione nell'atelier dello scultore, luogo magico in cui l'ispirazione si traduce in produzione, sempre in arduo equilibrio fra l'antro del stregone e la bottega del maestro artigiano.
Fra tanti bravi scultori, qualcuno brilla di luce propria, per un guizzo di genio in più. E' il caso di Emmanuel Frémiet, ben noto a Parigi già negli anni Quaranta, che per una decina d'anni espone quasi soltanto sculture di animali, in cera, in terracotta, in gesso, in bronzo e che, anche quando viene chiamato per una commissione importante come il monumento equestre di Giovanna d'Arco posto nel 1874 al centro di Place des Pyramides, non dimentica il suo amore per gli animali e modella un cavallo dalla postura armonica e possente, tutto froge al vento e muscoli scattanti.
Ormai la grande stagione del romanticisimo europeo è lontana, ma il gusto per il movimento concitato, per lo spasimo, per la figura isolata nello spazio in posta titanica, permea di sé anche le raffigurazioni di animali, nelle quali cognizioni anatomiche, sensibilità naturalistica e desiderio di altrove si fondono nel grande sogno - letterario, simbolista - di un mondo intatto, di un eden primigenio in cui la natura ritorni a regnare senza sovrastrutture nè falsità "civilizzate". Un mondo intatto e primigenio che riemerge miniaturizzato e che ognuno - purchè dotato di buon gusto - piò sistemare sulla consolle dell'anticamera o sul mobile più bello del salotto.
Marilena Pasquali
Con la serie di iniziative "Museo in Banca", Banca Intesa intende avvicinarsi al pubblico con spunti di conoscenza di alcune tra le più significative esperienze dell'arte italiana tra Ottocento e Novecento.
Con un ritmo bimestrale vengono proposte minirassegne di opere tratte dalla Galleria d'Arte Moderna della Fondazione Lercaro di Bologna, in un luogo di intensa vita quotidiana qual è contra' del Monte, con l'intento di approfondire la comprensione delle sfaccettate espressioni estetiche contemporanee. Uscendo dalle sedi deputate l'arte cerca così un suo pubblico, auspicando che l'interesse suscitato possa indurre a una più costante frequentazione delle pubbliche collezioni.
Gli animalisti francesi del XIX secolo
In una precedente occasione si è parlato delle analogie e delle diversità che legano la scultura in bronzo italiana a quella francese della seconda metà dell'Ottocento e dei primi del Novecento. Nella "vetrina" La Scultura in bronzo fra Otto e Novecento - presentata a Vicenza nell'estate 2002 - si è tentato infatti di mettere a fuoco i problemi comuni ai due ambiti artistici e di tracciare qualche linea di congiunzione fra gli scultori, ben più noti ed apprezzati, che affollano Parigi e quelli che operano nel non esaltante, periferico e sonnolento ambiente italiano del secondo Ottocento. Non è d'altronde necessario ricordare come i nostri autori migliori, da Medardo Rosso a Eugenio Pellini, da Vincenzo Vela a Pietro Canonica, proprio nella capitale francese sanno trovare nutrimento alla loro crescita e riconoscimento per la loro opera.
In Francia infatti tutto appare meno difficile, tutto - ad iniziare dall'aria che si respira - sembra più aperto e vitale, con un interesse, persino un bisogno di arte e di cultura che nel nostro paese paiono agli artisti non più che lontani miraggi. Negli anni tra il 1860 ed il 1910 il mito di Parigi è al culmine, quasi che la sirena della "Ville lumière" sappia attirare a sé tutta l'arte europea, e quella italiana in particolare, con un canto così stordente da ammaliare chiunque si voglia mettere sul cammino non rettilineo e mai scontato dell'immagine. Ed anche lasciando da parte i nomi più grandi, quelli che hanno fatto la storia di questo periodo straordinario e certamente irripetibile, ci si accorge che è tutto l'ambiente parigino (perchè Parigi è la Francia, perchè tutto qui arriva e qui si consuma) a palpitare di vita, a essere in fibrillazione continua, a vibrare all'unisono come le corde di un'arpa sapientemente accordata.
Nell'ambito della scultura in bronzo, ad esempio, in Francia non si apprezzano soltanto le opere monumentali o il lavoro d'atelier più tradizionale, quello dedicato al ritratto su commissione o alla scena di genere, ma si dà spazio - e spazio notevole - anche a forme in movimento degli animali, una ricerca che, per ampiezza di interpreti e di risultati, dà l'avvio in breve tempo ad un vero e proprio movimento.
Un equivoco va chiarito, subito: i bronzi che rappresentano animali - assai spesso esotici e selvaggi, colti nella concitazione di una lotta all'ultimo sangue o nella calma languida, sensuale, di un riposo abitato da sogni tutti umani - non sono opere minori o, peggio, piacevoli oggetti di arredamento richiesti da un mercato assai più largo di quello italiano, impegnato a "abbellire" gli interni borghesi della grande Parigi o della sonnacchiosa provincia francese. Indubbiamente il mercato d'Oltralpe, già assai maturo negli ultimi anni dell'Ottocento, ha un peso notevole nell'affermazione e diffusione di quello che nell'arco di pochi anni diviene un genere ben preciso, autonomo e di forte identità, quello dei cosiddetti "animalisti", ma ciò che più conta è che il successo della proposta è sostenuto e determinato dalla profonda esigenza di bellezze, di eleganza e di grazia che un'intera classe sociale sa trasformare in domanda vincente.
In Francia si crea dunque un collezionismo attento, fatto di appassionati e di conoscitori che si contendono nelle aste e nei saloni specializzati una Lotta di belve o Due leonesse di Cartier, una Lionne blessée di Valton o i Cerbiatti di Richy: bronzi tutti fusi in numerosi esemplari ma curati e rifiniti con grande attenzione nell'atelier dello scultore, luogo magico in cui l'ispirazione si traduce in produzione, sempre in arduo equilibrio fra l'antro del stregone e la bottega del maestro artigiano.
Fra tanti bravi scultori, qualcuno brilla di luce propria, per un guizzo di genio in più. E' il caso di Emmanuel Frémiet, ben noto a Parigi già negli anni Quaranta, che per una decina d'anni espone quasi soltanto sculture di animali, in cera, in terracotta, in gesso, in bronzo e che, anche quando viene chiamato per una commissione importante come il monumento equestre di Giovanna d'Arco posto nel 1874 al centro di Place des Pyramides, non dimentica il suo amore per gli animali e modella un cavallo dalla postura armonica e possente, tutto froge al vento e muscoli scattanti.
Ormai la grande stagione del romanticisimo europeo è lontana, ma il gusto per il movimento concitato, per lo spasimo, per la figura isolata nello spazio in posta titanica, permea di sé anche le raffigurazioni di animali, nelle quali cognizioni anatomiche, sensibilità naturalistica e desiderio di altrove si fondono nel grande sogno - letterario, simbolista - di un mondo intatto, di un eden primigenio in cui la natura ritorni a regnare senza sovrastrutture nè falsità "civilizzate". Un mondo intatto e primigenio che riemerge miniaturizzato e che ognuno - purchè dotato di buon gusto - piò sistemare sulla consolle dell'anticamera o sul mobile più bello del salotto.
Marilena Pasquali
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