CARLO GOLDONI: vita, opere, attualità

Gastone Geron

L'AVVOCATO VENETO CARLO GOLDONI

(1707-1762)

(Quinta parte)

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Quasi a vendicare il Medebach della diserzione del suo antico poeta di compagnia, s'era nel frattempo installato al San Samuele (da cui tanti anni prima Goldoni aveva preso le mosse) il celeberrimo Truffaldino Antonio Sacchi che con i suoi comici dell'arte stava rinverdendo i fasti dell'"improvviso" e incantando le nostalgiche platee con le fantasiosissime invenzioni gozziane. Lo strepitoso successo (25 gennaio 1761) di L'amore delle tre melarance suonò come un autentico campanello d'allarme per il suo rivale Goldoni che forse proprio dalla concorrenza sfrontata del "conte" fu sollecitato a rispondere con un fuoco di fila di capolavori. Se dieci anni prima Goldoni aveva reagito alla caduta di L'erede fortunata con la sfida temeraria delle sedici commedie nuove in una sola stagione, nell'ultimo triennio della sua permanenza a Venezia consegue i vertici della sua poetica affidando alla storia del teatro I Rusteghi, Un curioso accidente, La guerra, la trilogia della villeggiatura (Smanie, Avventure, Ritorno), il Sior Todero brontolon, le immortali Baruffe chiozzotte. Il commediografo ha piena coscienza del suo valore, anche se cela il compiacimento dietro la maschera di comodo dell'ostentata bonarietà. A inorgoglirlo non sono i consensi del pubblico (semmai lo irritano fino all'esasperazione i favori che il suo acerrimo rivale colleziona al San Samuele con Il corvo, Re cervo, Turandot) quanto la crescente considerazione internazionale. In particolare è addirittura emozionato dai versi encomiastici che gli dedica il nume Voltaire e di cui viene in possesso tramite il grande amico e protettore marchese Albergati Capacelli. Non minore soddisfazione gli viene dall'annunciata nuova edizione delle sue opere stampate in Venezia da Giambattista Pasquali. I disegni di Pietro Antonio Novelli e le incisioni di Antonio Baratti (poche tavole sono di Giuliano Giampiccoli e una sola è di Giuseppe Daniotto, altrimenti celebre per uno dei pochi ritratti del commediografo giunti fino a noi) impreziosiscono i tomi "in ottavo" che Goldoni decide di far stampare, giusto all'indomani dello strepitoso successo delle Baruffe, addossandosi egli stesso una parte non indifferente delle spese. In origine l'opera doveva articolarsi in trenta volumi da pubblicare in Otto anni, la prima parte comprendente tutte le commedie, le tragedie e le tragicommedie; la seconda riservata ai drammi musicali e agli oratori; la terza alle composizioni poetiche. Ma la partenza per Parigi dell'autore, le complicazioni insorte per i stioi nuovi impegni in terra di Francia, e fors'anche il decrescente interesse dei sottoscrittori nei confronti del repertorio meno appetibile dell'"omnia" goldoniana, quali obiettivamente vanno considerati oratori e componimenti poetici, fecero sì che "la Pasquali" si fermasse al diciassettesimo volume, uscito con la data del 1777. (L'edizione completa delle Opere teatrali del siglior Avvocato Carlo Goldoni veneziano, con rami allusivi sarebbe iniziata l'anno dopo, ad opera di Antonio Zatta e figli, i disegni anche stavolta affidati al Novelli: Goldoni non avrebbe peraltro fatto a tempo a vedere l'ultimo dei quarantaquattro tomi, uscito nel 1795.
In quegli stessi anni la Comédie Italienne aveva scritturato due buoni amici del commediografo quali il Pantalone Collalto, alias Antonio Mattiuzzi, e il giovane Francesco Antonio Zanussi, fratello della spigliata "soubrette" del San Luca. Fu proprio una lettera del "primo amoroso", protagonista applaudito del vecchio canovaccio goldoniano Il figlio di Arlecchino perduto e ritrovato, a sollecitare esplicitamente Goldoni ad aggregarsi anch'egli a "les Italiens". Compiaciuto di una tale offerta, l'interessato non ne fece mistero con alcuno, sicchè l'allarmato Francesco Vendramin corse subito ai ripari, scrivendo all'ambasciata veneziana a Parigi perchè ostacolasse in tutti i modi il trasferimento sulle rive della Senna del suo indispensabile poeta di compagnia. Ma Carlo aveva dalla sua protettori non meno autorevoli, talchè riuscì nel giro di alcuni mesi a trovare via libera per il "viaggio a Parigi" che peraltro mai avrebbe immaginato senza ritorno. La conferma dell'imminente trasferimento è documentata da una lettera del commediografo al suo grande amico marchese Albergati, datata 5 settembre 1761, con cui gli anticipa la "buona nuova".
Prima di lasciare Goldoni al suo trentennale autoesilio parigino, sarà opportuno precisare innanzi tutto che non fu invitato a dirigere la Comédie Italienne - come da più parti si scrive - ma soltanto a vivificarne l'ormai usurato repertorio, la consulenza retribuita con seimila lire francesi all'anno, somma non disprezzabile sebbene largamente inferiore a quella di un buon attore che poteva addirittura aspirare al doppio. Merita inoltre sottolineare che, pur attratto dal miraggio parigino, il commediografo aveva ancora qualche perplessità ad accettare l'originario impegno biennale, probabilmente frenato dalla prudente Nicoletta che a Venezia ormai s'era assuefatta, provando per contro una comprensibile diffidenza nei confronti di una città straniera la cui lingua le era del tutto incognita.
A dare la spinta decisiva all'ancor dubbioso Carlo furono due eventi concomitanti: il già accennato trionfo del gozziano L'amore delle tre melarance, in cui credette di ravvisare un tradimento di gran parte del suo ingrato pubblico, e il silenzio da parte del Governo Serenissimo sulla sua richiesta di assegnargli una pensione che integrasse quella già a suo tempo ottenuta dal duca di Parma. Il fatto è che, a cinquantacinque anni, Goldoni avvertiva davanti a sè il minaccioso spettro della vecchiaia avendone acuito il bisogno di sicurezza, inconsciamente consapevole che la sua stagione d'oro stava per finire. Se comprensibile è il rammarico del commediografo per la mancata concessione di un vitalizio di benemerenza da parte dell'amministrazione dogale, non va nemmeno taciuto che il rifiuto era in qualche modo giustificato dal fatto che Carlo non poteva certo piangere miseria, conducendo notoriamente una vita dispendiosa, addirittura disordinata ove non vi avesse opposto argine la provvida moglie genovese.
È la sera del 16 febbraio 1762 che al San Luca risuona il commosso "buon viaggio, tornate presto", suggello alla commedia d'addio Una delle ultime sere di carnovale in cui il commediografo si nasconde sotto la trasparente maschera del disegnatore di stoffe Anzoletto, chiamato in Moscovia ad esercitare il suo alto artigianato. Ed è talmente palese il rimando metaforico che il vecchio e iperdistratto Goldoni tanti anni dopo scriverà nei Mémoires, dimenticando il finale "moscovita" della sua parabola scenica, che è la ricamatrice francese Madame Gatteau a ingaggiare Anzoletto e condurlo a Parigi. Merita infine soffermarsi un attimo sull'ultimo capitolo della seconda parte degli appena citati Mémoires. Scrive testualmente Goldoni: "Dopo questa mia ultima commedia, e dopo il congedo dal mio pubblico, non pensai che ai preparativi della partenza. Cominciai dalla sistemazione della mia famiglia. Poichè mia madre era morta, mia zia andò a vivere dai suoi parenti. Cedetti a mio fratello tutto ciò che avevamo di rendita, misi sua figlia in convento e decisi viceversa che mio nipote mi seguisse in Francia. Ma occorreva che qualcuno a Venezia avesse cura di mia nipote e, non potendo contare sul di lei padre militare, trovai un amico che provvedesse alla bisogna: era Giovanni Cornet, fratello minore di Gabriele". In dieci righe Carlo ci informa che sua madre è morta, che zia Maria è finita a pensione da qualche parte, che la dodicenne Petronilla Margherita è stata relegata in un collegio tenuto da suore. Se non fosse l'età avanzata del memorialista a parzialmente assolverlo, si sarebbe tentati di rilevare il cinismo con cui liquida la scomparsa della madre, l'abbandono della vecchia zia Marietta, il sostanziale ripudio della nipote lasciata a Venezia in mano estranea. L'ingrato Carlo non spende un aggettivo per compiangere la dipartita della signora Margherita (morta a settantotto anni il 6 novembre 1754) alimentando il sospetto che tanta distrazione non sia proprio casuale. L'antico "cocco di mamma", ben più vezzeggiato del tumultuoso fratello Gian Paolo, ha forse ritegno ad esibire il cordoglio filiale, quasi a temere che possa apparire un tantino ridicolo sulla bocca di un ottuagenario. In ogni caso avrebbe potuto usare una parola di riguardo nei confronti della buona zia vissuta tanti anni con loro, così come sarebbe apparsa opportuna una qualche spiegazione sulla decisione di tenere con sè soltanto il nipote Antonio Francesco, ma non la sua sorellina più piccola.
I discutibili "arrangements de famille" suggeriscono indirettamente un pensierino sulle tiepide, a dir poco, convinzioni religiose di Carlo, e sulle sue pressochè nulle frequentazioni chiesastiche. Da ragazzino era stato in collegio dai Gesuiti in quel di Perugia; da adolescente s'era dovuto adattare alla tonsura e all'abito talare quale studente del Ghislieri di Pavia; alla soglia dei vent'anni, come s'è accennato all'inizio, aveva avuto addirittura una crisi mistica quando, spinto dal padre a iscriversi alla facoltà di giurisprudenza a Modena, su consiglio del cugino paterno Zavarisi, era stato colà "fieramente ripreso dalla malattia de' vapori, effetti ipocondriaci crudeli, onde abbandonai lo studio e, credendo ad ogni momento di dover morire, mi diedi alla divozione". Tutti questi precedenti non bastano a conservargli appunto "la devozione" contro cui non ha nulla da obiettare, semplicemente non ha mai avuto "la grazia di possederla", tanto che maliziosamente annota: "Mi, senza astrazion, confesso el vero, no arivo a dir un paternostro intero". In ogni caso il suo ottimismo di fondo riemerge anche in questo campo, confidando che il Padreterno tenga conto della sua "mugier piena de zelo, che dixe le orazion per so mario, perchè le mie no valarave un pelo".
Non è peraltro attribuibile alla sostanziale laicità di Carlo il fatto che non un prete, un frate, una monaca compaiano fra i suoi mille personaggi, nè che in tutto il suo teatro figuri un cenno ad un evento o episodio che abbia un qualche addentellato religioso. Mentre sovrabbonda di allusioni più o meno mistiche negli innumeri componimenti poetici per la vestizione di questa o quella ragazza patrizia che, temendo di restare al palo, preferisce prendere il velo, si guarda bene dal coinvolgere "in commedia" sacerdoti o suore, attenendosi scrupolosamente alle disposizioni del Serenissimo Governo che vieta di portarli in scena. Ma Goldoni va oltre sicchè nessuna sua Rosaura o Colombina, gentildonna o "mercantessa", padroncina o servente, giovane o vecchia, recita il rosario o accende un cero alla Madonna, così come non va mai in chiesa un nobilbomo, un mercante, un gondoliere o un facchino. L'agnostico Carlo si tiene lontano dalle faccende confessionali in modo da evitare il più piccolo fastidio con il temibile Magistrato della bestemmia, che non ha parentela alcuna con la Sacra Inquisizione e con i suoi metodi, ma obbedisce alle preoccupazioni del Veneto Senato di non guastarsi mai più con le autorità religiose dopo i lontani scontri politici (e bellici) con la Chiesa di Roma.
Prima di lasciare Goldoni al suo viaggio in Francia - con tappe a Ferrara, Bologna ("où je tombai malade"), Modena, Parma e Genova, onde consentire a Nicoletta di abbracciare per l'ultima volta i suoi cari - è opportuno completare il ritratto di Carlo accennando da un lato al suo antimilitarismo viscerale e dall'altro al sospetto da più parti avanzato circa la sua appartenenza alla massoneria. Quando proclama "je suis né pacifique" egli intende ovviamente alludere alla sua "'tranquillità di temperamento" (in realtà meno effettiva di quanto pretende, a causa dei frequenti esaurimenti nervosi). La sua ostentata flemma, che in certe occasioni maschera una sostanziale timidezza non sfuggita all'occhio acuto del suo concittadino Giacomo Casanova, rischia di alterarsi quando si parla di guerra o, peggio, di militari. Forse perchè ripetutamente coinvolto nelle disastrose vicende del fratello militare Gian Paolo, Carlo ha un'avversione spiccata per tutto quanto concerne arti marziali, preteso codice d'onore, divise e armi, sicchè il suo "né pacifique" va letteralmente tradotto in "Amante della pace", a dispetto del fratello "uffiziale", di uno zio paterno colonnello, di un "congiunto di sangue" come il capitano dei dragoni Girolamo Visinoni. Il suo orrore per gli eventi bellici traspare appieno nella descrizione della sanguinosa battaglia di San Pietro cui - come s'è già rilevato - assistette casualmente nel 1734, ma emerge soprattutto nelle molte commedie in cui compaiono dei soldati, a cominciare dal trittico L'amante militare, L'impostore, La guerra. Antibellicisti dichiarati, almeno a parole, erano anche i "liberi muratori" cui lo stesso commediografo ammette di aver fatto riferimento nelle Donne curiose, quando accenna alla Società dell'Amicizia, rigorosamente maschile, le cui riunioni insospettiscono l'ipergelosa Rosaura e il restante "entourage" muliebre. Sull'appartenenza o meno di Carlo ad una loggia si sono sprecate così tante illazioni che, sia vera o meno la circostanza, resta indubitabile la sua simpatia nei confronti della società segreta. Se così non fosse, non si capirebbe come il prudente estensore dei Mémoires si compiaccia di lasciar credere di essere stato un coraggioso anticipatore, avendo portato in scena una "storia massonica" quando ancora a Venezia le logge erano al bando. Oggi gli studi più avanzati tendono peraltro a mettere in dubbio l'appartenenza di Carlo alla Massoneria, considerando non determinante la dedica della commedia I liberi muratori del "fratello operaio" della Loggia di Danzica.
"Ferling Isac Crens" (anagramma dell'avventuroso poligrafo Francesco Griselini) al "celebre, magnifico, illustre Signore Aldinoro Clog", trasparente anagramma di Carlo Goldoni. Quasi certamente la dedica è stata motivata dalla gratitudine del Griselini per i suggerimenti artistici, e non ambientali, avuti da un commediografo tanto più esperto di lui.


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