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La scultura moderna in Italia 1950/2000

25 settembre 2005

Il Comune di Vicenza - Assessorato alle Attività Culturali, in collaborazione con la Regione Veneto e Arthemisia, e con il contributo di Unicredit Banca, Trivellato - Mercedes Benz e AIM, presenta una nuova importante mostra collettiva dedicata alla scultura della seconda metà del Novecento: “Da Martini a Mitoraj. La scultura moderna in Italia 1950-2000”, in programma dal 28 maggio al 25 settembre 2005 nella Basilica Palladiana.

In un momento di grande rivalutazione della scultura e in particolare degli scultori italiani, il Comune di Vicenza - Assessorato alle Attività Culturali, in collaborazione con la Regione Veneto e Arthemisia, e con il contributo di Unicredit Banca, Trivellato - Mercedes Benz e AIM, presenta una nuova importante mostra collettiva dedicata alla scultura della seconda metà del Novecento: “Da Martini a Mitoraj. La scultura moderna in Italia 1950-2000”, in programma dal 28 maggio al 25 settembre 2005.

Si tratta di una rassegna di indubbio fascino, allestita nel salone superiore della prestigiosa Basilica Palladiana, che garantisce ancora una volta la felice valorizzazione reciproca tra il monumento storico-architettonico (Patrimonio Mondiale Unesco) e i moderni capolavori legati alla tridimensionalità. La mostra consente inoltre di accedere con biglietto unico alla Basilica Palladiana, attualmente non visitabile dal pubblico.
Dopo il successo delle mostre di scultura già allestite negli scorsi anni nella Basilica Palladiana, dedicate a Luciano Minguzzi, a Domenico Rambelli, a Giacomo Manzù e alla scultura moderna in Italia della prima metà del Novecento, la mostra attuale è una nuova occasione per riportare l’attenzione del pubblico sull’arte scultorea dei maestri più significativi del secolo scorso.
In rapporto di continuità con l’ultima rassegna dedicata alla prima metà del Novecento, la mostra si snoda attraverso un percorso storico dagli anni Cinquanta fino alle soglie del 2000.

L’esposizione, a cura di Alessandra Zanchi e con il contributo scientifico di Rossana Bossaglia, si compone di 46 capolavori emblematici di 27 artisti (una selezione tra i nomi più rappresentativi) provenienti da raccolte pubbliche, fondazioni e collezioni private degli artisti e di collezionisti.
Il fine è di illustrare le caratteristiche e i cambiamenti della scultura nel cinquantennio successivo alla seconda guerra mondiale. Attraverso opere di grande impatto visivo per le notevoli dimensioni e per la qualità stilistica, la mostra illustra le problematiche formali e tematiche affrontate dagli artisti, che a partire dalle lezioni storicamente affermate di Arturo Martini, Marino Marini, Giacomo Manzù e Francesco Messina, si aprono a nuovi percorsi, fino alle tendenze più attuali.

Il percorso si snoda attraverso tre sezioni:

I maestri storici
La mostra si apre con alcuni esempi dei “classici”: Arturo Martini, con la splendida terracotta Cavalla che allatta, dal Museo Civico di Vicenza; Marino Marini, Giacomo Manzù e Francesco Messina, con alcuni esempi emblematici della loro produzione. Artisti che costituiscono il trait d’union con la rassegna dedicata al primo Novecento e che sono i punti di riferimento per le generazioni successive.
Lucio Fontana e Fausto Melotti sono i portavoci delle prime nuove ricerche alternative alla scultura tradizionale e sono presenti con le opere più significative e centrali della loro produzione in ambito informale e concettuale.

Tra figurazione e astrazione
Il percorso della mostra entra nel vivo con gli esiti scultorei, in continua oscillazione tra figurazione antropomorfa e astrazione come linguaggio delle forme e dei materiali, dagli anni Sessanta in avanti, ad opera di artisti nati nel ventennio compreso tra il 1920 e il 1940.
La tendenza aniconica è esemplificata dalla innovativa ricerca di Pietro Consagra sulla scultura “frontale” (a partire dalla serie dei Colloqui), anti-tridimensionale e socialmente impegnata.
Fedeli d’altra parte alle tre dimensioni, le sculture in marmo di Andrea e Pietro Cascella, le opere di Francesco Somaini, tra cui la Grande traccia nascita di Venere, di Arnaldo Pomodoro, con la celebre Colonna del Viaggiatore e di Gio’ Pomodoro; sono opere che, nel loro insieme, esprimono il bisogno di una grammatica nuova: una evidente dialettica tra gesto sulla materia di matrice informale, spesso con derivazioni decorative, e le ritrovate esigenze costruttive e strutturali della forma piena, sovente con ascendenze primitiviste e con sempre più spiccata vocazione ambientale.
La ricerca astratta prosegue inoltre con la produzione di Carlo Ramous, Giuseppe Uncini, Giuseppe Spagnulo, Mauro Staccioli; autori che si confrontano con la tecnologia contemporanea e l’uso di materiali industriali (ferro, acciaio, cemento, ecc.) creando opere sempre più elementari ed essenziali, spesso non estranee tuttavia, come nel caso di Spagnulo, ad una posizione di impegno e denuncia sociale.
La figurazione come espressione diretta di un messaggio ideologico resta invece punto di riferimento per artisti quali Alik Cavaliere, Augusto Perez, Giuliano Vangi (in mostra la celebre Figura di donna 1966) e Floriano Bodini (di cui è esposto il Ritratto di un Papa del 1968), che ripartono dalle tradizionali premesse plastiche e realiste per affrontare il tema dell’uomo contemporaneo con immagini “forti” che ne enunciano lo stato di tormento spirituale, inquetudine e desolazione.
La scultura dell’immagine e dell’oggetto che risente delle influenze della Pop Art in Italia è esemplificata infine dai risultati originali, tra il rassicurante quotidiano e il fantastico inquietante, di Mario Ceroli e Valeriano Trubbiani, espressioni di una vita moderna sempre e costantemente al limite della contraddizione. Luciano Fabro, esponente dell’Arte Povera, traduce invece in scultura la purezza di immagini allo stato originario (come la stella e l’oblelisco).

L’ultimo ventennio
La mostra si conclude con uno sguardo alla scultura “al femminile” rappresentata da Cordelia Von den Steinen e Alba Gonzales e alle tendenze dell’ultimo ventennio ovvero alle ricerche che nel panorama di un’arte ormai senza limiti di tecnica e di spazio si possa ancora definire scultura. L’esempio di Mimmo Paladino (tra gli eredi della Pop Art in Italia e poi esponente della Transavanguardia) illustra come la scultura possa essere (a partire dal 1985 con le grandi opere in bronzo) una tra le molteplici tecniche sperimentate e scelte dall’artista per esprimere il proprio mondo interiore.
D’altro canto l’attività di un artista straniero in Italia quale Igor Mitoraj, con la sua rilettura e interpretazione della scultura classica, dimostra come questa forma artistica, nel senso tradizionale e con materiali storici come il bronzo e il marmo, possa ancora stupire oggi.


Elenco degli artisti in mostra
  • Arturo Martini (Treviso 1889 - Milano 1947)
  • Giacomo Manzù (Bergamo 1908 - Roma 1991)
  • Marino Marini (Pistoia 1901 - Viareggio 1980)
  • Francesco Messina (Linguaglossa, Catania 1900 - Milano 1995)
  • Lucio Fontana (Rosario di Santa Fe’, Argentina 1899-Comabbio 1968)
  • Fausto Melotti (Rovereto, Trento 1901 - Milano 1986)
  • Pietro Consagra (Mazara del Vallo, Trapani 1920)
  • Pietro Cascella (Pescara 1920)
  • Andrea Cascella (Pescara 1921 - Milano 1990)
  • Francesco Somaini (Lomazzo, Como 1926)
  • Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, Rimini 1926)
  • Gio’ Pomodoro (Orciano di Pesaro 1930 - Milano 2002)
  • Carlo Ramous (Milano 1926 - 2003)
  • Giuseppe Uncini (Fabriano, Ancona 1929)
  • Giuseppe Spagnulo (Grottaglie, Taranto 1936)
  • Mauro Staccioli (Volterra, 1937)
  • Alik Cavaliere (Roma 1926 - Milano 1998)
  • Augusto Perez (Messina 1929 - Napoli 2000)
  • Giuliano Vangi (Barberino di Mugello, Firenze 1931)
  • Floriano Bodini (Gemonio, Varese 1933)
  • Valeriano Trubbiani (Macerata 1937)
  • Mario Ceroli (Castelfrentano, Chieti 1938)
  • Luciano Fabro (Torino, 1936)
  • Alba Gonzales (Roma 1939)
  • Cordelia von den Steinen (Basilea 1941)
  • Mimmo Paladino (Paduli, Benevento 1948)
  • Igor Mitoraj (Oederan, Germania 1944)


    Opere in mostra

    Arturo Martini
    Cavalla che allatta
    1943, terracotta, h 32 cm
    Museo Civico-Pinacoteca,
    Palazzo Chiericati, Vicenza

    Giacomo Manzù
    Ritratto della Signora Van Nevill
    1938, bronzo,
    60 x 35 x 30 cm
    Collezione privata

    Marino Marini
    Cavaliere 1952
    1952, bronzo,
    110 x 90 x 90 cm
    Collezione privata

    Francesco Messina
    Grande nudo femminile
    1967, bronzo, h 174 cm
    Studio Copernico, Milano

    Lucio Fontana
    Natura n° 25
    1959-60, bronzo,
    42 x 58 cm
    Natura n° 31
    1959-60, bronzo,
    40 x 48 cm
    Fondazione Lucio Fontana,
    Milano

    Fausto Melotti
    Scultura G (Nove Cerchi)
    1967, acciaio inox,
    168 x 100 x 81 cm
    Galleria Christian Stein,
    Milano; Archivio Melotti,
    Milano

    Fausto Melotti
    Sentimento della rivoluzione
    1973, rame, ottone, metalli
    in lega e acrilico su stoffa,
    310 x 86 x 68 cm
    CSAC, Università di Parma,
    Sezione Arte

    Pietro Consagra
    Piccolo colloquio
    1956, bronzo,
    173 x 132 x 5,3 cm
    Collezione privata, Milano

    Pietro Consagra
    Bifrontale
    1977, ferro dipinto di rosso,
    220 x 190 x 20 cm
    Collezione privata, Milano

    Pietro Cascella
    Testa del Museo
    1972, travertino,
    57 x 48 x 101 cm
    Collezione dell’artista

    Pietro Cascella
    Duccio ed Io,
    1988, marmo,
    56 x 29 x 30 cm,
    Collezione dell’artista

    Andrea Cascella
    Segnatempo
    1988-89, granito di
    Sardegna, h 80 cm
    Collezione privata

    Francesco Somaini
    Grande ferito
    1960, bronzo con lucidi,
    supporto ferro industriale,
    195 x 178 x 110 cm
    Archivio Somaini,
    Lomazzo

    Francesco Somaini
    Grande traccia nascita di Venere I
    1985, alpacca,
    141,5 x 353 x 30 cm
    Collezione dell’artista

    Arnaldo Pomodoro
    Sfera n. 1
    1963, bronzo, Ø 120 cm
    Fondazione Arnaldo
    Pomodoro, Milano

    Arnaldo Pomodoro
    Colonna del viaggiatore
    1965-66, bronzo,
    360 x Ø 50 cm
    Fondazione Arnaldo
    Pomodoro, Milano

    Gio’ Pomodoro
    Folla
    1962, bronzo lucido,
    90 x 166 x 42 cm
    Collezione Eredi Gio’
    Pomodoro, Milano

    Gio’ Pomodoro
    Scala solare omaggio a Keplero
    1988, bronzo patinato,
    122 x 160 x 60 cm
    Collezione Eredi Gio’
    Pomodoro, Milano

    Carlo Ramous
    Distacco
    1962, bronzo,
    111 x 43 x 32 cm
    Collezione dell’artista

    Carlo Ramous
    Espansione n. 1
    1978, acciaio e inox,
    170 x 145 cm
    Collezione dell’artista

    Giuseppe Uncini
    Ombre di piramide T.28 Bianco
    1977, cemento e laminato
    legno, 200 x 140 x 68 cm
    Collezione dell’artista,
    Trevi

    Giuseppe Uncini
    Architetture n. 170
    2004, cemento e ferro,
    225 x 140 x 42 cm
    Courtesy Galleria
    Fumagalli, Bergamo

    Giuseppe Spagnulo
    Ferro spezzato
    1974, acciaio,
    193 x 210 x 140 cm
    Collezione dell’artista

    Giuseppe Spagnulo
    Croce
    1992, acciaio forgiato,
    245 x 213 x 350 cm
    Collezione dell’artista

    Mauro Staccioli
    Santa Monica
    1993, acciaio cortén,
    80 x 25 x 200;
    cm 80 x 25 x 200 cm
    Collezione dell’artista

    Mauro Staccioli
    Santa Monica
    1993, cemento,
    100 x 29 x 7 cm
    Museo della Permanente,
    Milano

    Alik Cavaliere
    Il fiore, i fiori, le radici, la terra
    1965, bronzo, ottone,
    acciaio e argento,
    235 x123 x 93 cm
    Collezione privata

    Alik Cavaliere
    W la libertà
    1977, bronzo, ferro,
    materiale vario,
    219 x 127 x 109 cm
    Collezione privata

    Augusto Perez
    Nostalgia
    1990, bronzo, h 197 cm,
    Studio Copernico, Milano

    Augusto Perez
    Grande meridiana
    1991, bronzo, h 240 cm
    Studio Copernico, Milano

    Giuliano Vangi
    Figura di donna
    1966, bronzo, h 144 cm
    Studio Copernico, Milano

    Giuliano Vangi
    Il mare
    1987, marmo bianco di
    Carrara,
    97 x 100 x 132,5 cm
    Studio Copernico, Milano

    Floriano Bodini
    Ritratto di un Papa
    1968, bronzo,
    234 x 163 x77 cm
    Galleria d’Arte Sacra dei
    Contemporanei, Milano

    Floriano Bodini
    Biografia inquieta di un personaggio femminile
    1976, bronzo
    100 x 179 x 99 cm,
    Studio Copernico, Milano

    Valeriano Trubbiani
    Incravattato rimorchio
    1984, bronzo e acciaio,
    46 x 46 cm
    Museo della Permanente,
    Milano

    Valeriano Trubbiani
    Transiti sul mare Adriatico
    1996-2000, bronzo e rame,
    cm 180 x 203 x 50 cm
    Collezione dell’artista

    Mario Ceroli
    SI-NO
    1964-82, legno bruciato,
    142 x 150 x 16 cm
    Collezione privata

    Mario Ceroli,
    Il vento
    1991, legno,
    441 x 200 x 40 cm
    Collezione privata

    Luciano Fabro
    9 Obelischi
    1987, marmo di Carrara,
    9 elementi di varie misure
    Collezione dell’artista

    Luciano Fabro
    Stella a cinque punte
    1995, marmo statuario,
    Ø 50 x 30 cm
    Collezione dell’artista

    Igor Mitoraj
    Grande Toscano
    1981, bronzo,
    292 x 185 x 80 cm
    Collezione dell’artista

    Mimmo Paladino
    Tana
    1993, bronzo,
    237 x 105 x 105 cm
    Galleria Nazionale d’Arte
    Moderna, Roma

    Alba Gonzales
    Sfinge e colomba
    2000-2001, bronzo,
    128 x 160 x 97 cm
    Collezione Pianeta
    Azzurro, Fregene

    Cordelia von den Steinen
    Si accumula molto lavoro
    1994, terracotta su basi di legno,
    3 elementi con le seguenti
    misure 170 x 130 x 80 cm;
    170 x 70 x 40 cm;
    160 x 70 x 40 cm,
    Collezione dell’artista


    Biografie degli autori

    Arturo Martini (Treviso 1889 - Milano 1947)
    Figura dominante nella scultura tra le due guerre. Dopo una serie di opere di ascendenza secessionista e futurista, la sua vera identità artistica si delinea dagli anni Venti con l’adesione al gruppo “Valori plastici” e al noto “richiamo all'ordine” (partecipa alle mostre del “Novecento italiano”) ispirato all'arte classica, al Trecento e al primo Rinascimento. Ma il richiamo all'antico (ama soprattutto la civiltà etrusca) è inseparabile dall’ansia di rinnovamento e dalla sperimentazione di materiali diversi, dalla terracotta, alla pietra, al bronzo, al marmo. Autore di opere monumentali e di capolavori dai temi più vari, è portavoce di una crisi in atto rispetto alla funzione della scultura e alla vera essenza del linguaggio plastico nell’era moderna, da cui il volume La scultura lingua morta del 1945: punto di riferimento per le generazioni successive e da cui ripartire con nuove ricerche.

    Marino Marini (Pistoia 1901 – Viareggio 1980)
    Figura di riferimento per tutta l’arte plastica del Novecento, la sua personalità di scultore si delinea a partire dal 1929 con opere ispirate alla plastica etrusca e ad una essenzialità strutturale di antica memoria, nell’ambito del clima primitivista in seno al movimento del “Novecento italiano”. Sono tre i suoi temi fondamentali, variamente interpretati con inventiva continua, raggiungendo esiti dallo stile inconfondibile: i celebri Cavalieri, tra cui la serie dei Miracoli, che dalle prime forme più statiche e tondeggianti approdano a risultati di elevata tensione dinamica e ai limiti dell’astrazione; i nudi femminili detti Pomone, dalle suadenti rotondità sintomo di fertilità, e i ritratti icasticamente riferiti ai personaggi, molti dei quali appartenenti alla élite intellettuale e artistica internazionale del Novecento.

    Giacomo Manzù (Bergamo 1908 - Roma 1991)
    Tra le maggiori personalità della scultura italiana, realizza le sue prime opere a partire dal 1930. Dopo un breve viaggio a Parigi, abbandona i primi schemi arcaicizzanti e si volge all’esempio di Medardo Rosso. Diventano allora caratteristiche stabili del suo stile la sensibilità luministica, la morbidezza plastica e la delicata sensualità. Convivono d’ora in poi in lui l’impegno religioso e civile e il desiderio di celebrare la bellezza e la femminilità. La nota serie dei Cardinali in bronzo e i portali ecclesiastici si affiancano ai busti-ritratto, ai nudi di bambine e adolescenti sedute sulla sedia o in atto di danzare, e alle invenzioni erotiche degli Amanti e dello Strip-tease.

    Francesco Messina (Linguaglossa, Catania 1900 - Milano 1995)
    Uno dei maggiori maestri della scultura italiana, fin da giovane raggiunge grandi traguardi. Artista eclettico e abile in tutte le tecniche scultoree, lavora con disinvoltura diversi materiali come bronzo, legno, terracotta e, rimanendo sempre coerente alla propria poetica, figurativa per scelta, vive tutte le stagioni artistiche del suo secolo. Amico di Arturo Martini e di Marino Marini, si inserisce a pieno nel movimento del “Novecento Italiano”. Moltissime le sue commissioni pubbliche tra cui il celebre Cavallo morente per la RAI di Roma. Ma nella sua produzione spiccano altresì i ritratti di amici artisti e intellettuali e le figure femminili tra cui decine di figure di danzatrici, anche le celebri Carla Fracci e Luciana Savignano.

    Lucio Fontana (Rosario di Santa Fe’, Argentina 1899-Comabbio 1968)
    Insaziabile sperimentatore in direzioni di estremo avanguardismo, da lui teorizzate in scritti di precisa consapevolezza ideologica, esordisce negli anni Trenta a Milano con il gruppo degli astrattisti lombardi e con il movimento internazionale “Abstraction-Création”. Pur seguitando a creare opere figurative con la ceramica, si impegna per un'arte adeguata ai tempi (da cui il Manifiesto blanco del 1946) che si concretizza negli Ambienti spaziali e nei Concetti spaziali (dal 1951), dove il problema sull'unità del tempo e dello spazio è affrontato attraverso la perforazione o il taglio del supporto. L'interesse per la materia a partire dal '59, porta alle masse sferoidali in gres (le Nature) caratterizzate da una primordiale semplificazione delle forme.

    Fausto Melotti (Rovereto, Trento 1901 - Milano 1986)
    Formatosi sugli esempi delle sculture romaniche e gotiche, esordisce con una figurazione “novecentista” ma approda con l'amico Fontana, negli anni Trenta, all'astrattismo, divenendone uno dei più autorevoli esponenti. La ricerca di rapporti armonici e ritmici, a cui non è estranea la passione e la conoscenza della musica, confluisce in una scultura "antiscultura", fatta di elementi lineari e geometrizzanti, dai quali viene volutamente esclusa ogni modellazione in favore di una assoluta purezza formale. Fragili e aeree costruzioni fatte di sottili fili di rame, di trasparenti retine metalliche, di mobili straccetti di garza e dai titoli significanti, esprimono la sua inconfondibile vena poetica.

    Pietro Consagra (Mazara del Vallo, Trapani 1920)
    Uno dei più prestigiosi esponenti dell'astrattismo italiano, partecipa al gruppo Forma 1 (1947) e, secondo suo dichiarato programma, propone una scultura di idee intese ad esprimere il ritmo drammatico della vita moderna. Partito da una ricerca sui materiali, approda alla scultura “frontale” realizzando rilievi quasi bidimensionali con la serie dei Colloqui del 1956 e via via annullando lo spessore sino a giungere a lamine sottilissime di due decimi di millimetro. D’altro canto elabora l’utopia de La città frontale (suo libro edito nel 1969) e progetta gli Edifici frontali degli anni Ottanta con piani curvi continui. La sua ricerca trova di fatto nello spessore un elemento ricco di possibilità compositive e cromatiche, nel corso di tutta la sua carriera, spaziando dal legno, al marmo, al ferro.

    Pietro Cascella (Pescara 1920)
    Erede, con il fratello Andrea, di una storica famiglia di scultori abruzzesi, approda alla scultura in pietra e bronzo a partire dai primi anni Cinquanta. Il Monumento di Auschwitz, ultimato nel 1967, resta una delle più importanti creazioni in una vita densa di affermazioni. Numerosissime le sue opere monumentali (da ricordare l'Arco della Pace di Tel Aviv e il Monumento a Mazzini di Milano) in cui si fondono impegno sociale e progetti su scala urbana: quella che maggiormente conviene alla sua natura plastica; ma anche nella "piccola" scultura esprime un senso di potenza e di energia di arcaica memoria, sulla quale si innesta una fantasia del tutto moderna. La scelta di forme archetipe, simboli comunicativi universali, lo collocano in una linea ideale della scultura europea che passa attraverso Brancusi e Lipchitz.

    Andrea Cascella (Pescara 1921 - Milano 1990)
    Autore di ceramiche applicate all'architettura nel periodo in cui lavora col fratello (tra cui il progetto per il Monumento di Auschwitz), realizza dalla fine degli anni Cinquanta sculture in pietra che nascono dalla combinazione a incastro di semplici forme; composizioni polimorfiche di carattere monumentale, anche se di medie dimensioni, e di fantasiosa inventiva che raggiungono una suprema ed aristocratica eleganza. Il raffinato trattamento delle superfici che rivestono le forme astratte conferisce alla sua scultura una purezza e un nitore di gusto classico.

    Francesco Somaini (Lomazzo, Como 1926)
    Allievo di all'Accademia di Brera, dopo il postcubismo dei primi anni Cinquanta, aderisce al linguaggio informale. Rifiuta sia la modellazione che la scultura "in levare" ed elabora tra il '62 e il '64 una tecnica nuova consistente nell'aggredire i modelli di cera, gesso o creta con getti di aria compressa e successivamente di sabbia, ma anche scavando direttamente il metallo con la fresa, la fiamma, gli elettrodi o gli acidi, per una massima espressività della materia “ferita”. Una vitalità prorompente e "organica" che si richiama a moti naturali e spontanei ma che si fa pure metafora dell'uomo in situazioni di dramma, martirio, caduta; capolavoro in tal senso il Monumento ai marinai d'Italia, del '67 a Milano. La sua ricerca prosegue sul tema delle impronte e delle tracce generate da matrici in poliestere e sulla grammatica del positivo-negativo, in dimensioni sempre più ambientali.

    Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, Rimini 1926)
    Esponente di spicco del linguaggio informale, nei primi anni Sessanta trova la propria cifra stilistica nell'equilibrio dialettico tra l’essenzialità volumetrica dei solidi geometrici della sfera, del cubo, del cilindro, del cono, del parallelepipedo e di altri solidi euclidei, e il mondo nascosto al loro interno, fatto di schiere e segmenti rettilinei o circolari paragonabili ad ingranaggi di misteriosi macchinari; mondo che rimane parzialmente visibilie attraverso gli squarci e i tagli apportati alle lisce superfici dei solidi.
    Una capacità dell’artista di associare i due aspetti coerentemente tanto nelle piccole dimensioni quanto e soprattutto in quelle monumentali (nelle grandi piazze d’Italia e del mondo; due esempi tra gli innumerevoli: il Disco Solare davanti al Palazzo della Gioventù a Mosca, nel 1991, e Sfera con sfera nel piazzale delle Nazioni Unite a New York, nel 1996).

    Gio’ Pomodoro (Orciano di Pesaro 1930 - Milano 2002)
    Si contrappone ai volumi geometrici del fratello maggiore Arnaldo con vaste superfici fluttuanti (la serie delle Folle degli anni Sessanta) per poi passare a monumentali costruzioni di blocchi in marmo e in pietra rigidamente squadrati che nel loro affiancarsi e sovrapporsi aprono liberi varchi allo spazio dentro i quali irrompe la luce solare. Il sole infatti è il dichiarato protagonista di molte di queste creazioni ricche di significati ideologici e sociali rispetto alla vita dell'uomo d'oggi.
    La grande Vela, scultura monumentale in bronzo e marmo installata sul lungomare di Sestri Levante, dedicata alla memoria di Carlo Bo, è una delle ultime grandi opere pubbliche progettate per la collettività.

    Alik Cavaliere (Roma 1926 - Milano 1998)
    Uno dei più significativi scultori italiani del dopoguerra, si forma all’Accademia di Brera accanto a Manzù e Marino Marini. Inizia dal 1945 una florida carriera senza mai aderire ad alcun movimento o gruppo e proponendosi volutamente come un grande isolato (benché il suo linguaggio risenta della Pop Art italiana e di una ripresa dada-surrealista). La lezione di Marini, visibile nelle opere giovanili, andrà progressivamente lasciando spazio a tecniche diverse, sorrette da una profonda conoscenza non solo delle tematiche artistiche ma anche della cultura letteraria e filosofica occidentale. Accanto all’utilizzo del legno, della ceramica e del cristallo, la maggior parte delle sue opere sono fusioni in bronzo che riprendono le forme della natura o la figura umana in continue e varie creazioni e commistioni simboliche.

    Augusto Perez (Messina 1929 - Napoli 2000)
    Siciliano di nascita trascorre tutta la sua carriera a Napoli, dedicandosi esclusivamente alla scultura. Il suo iniziale realismo narrativo si evolve, a partire dagli anni Sessanta, in una figurazione allusiva, caratterizzata da una plastica sapientemente lavorata e dal gusto per la citazione classica (Il boia, 1959-60; Apollo, 1963).
    Realizza inoltre un nuovo rapporto tra figura e spazio, introducendo in alcune sue composizioni accanto allo spazio reale e misurabile quello illusorio di uno specchio o immaginato di una finestra aperta davanti ai quali sostano i suoi misteriosi personaggi.

    Giuliano Vangi (Barberino di Mugello, Firenze 1931)
    Dopo un periodo vissuto in Brasile (1959-62) mette a punto uno stile solido di impianto tradizionale e figurativo ma ricco di connotazioni espressionistiche ottenute tramite la deformazione dei corpi tra il fantastico e il grottesco e la policromia di materiali eterogenei come bronzo, ceramica, legno, marmo, pietre preziose e vetroresina. Le sue opere sono incentrate sulla tematica dell'uomo che lotta e che ama la vita e spesso trovano nel contesto ecclesiastico un’adeguata collocazione: negli anni Ottanta-Novanta nelle cattedrali di Pisa e Padova e per l'esterno di Santa Croce a Firenze, con una statua di San Giovanni Battista. Ma altrettanto frequente è il tema della figura femminile nuda o vestita, in cui la modernità degli abbigliamenti (Donna in piedi con ampio vestito e Donna con cappotto, bronzi dell'87 e '88) acquista la sacrale nobiltà di antichi pepli.

    Floriano Bodini (Gemonio, Varese 1933)
    Autore di fama internazionale, nasce artisticamente all’Accademia di Brera intorno agli anni ’50, studiando con Francesco Messina, ed aderisce al movimento artistico del Realismo esistenziale, con opere ricche di vigore drammatico e comunicativo.
    L'opera che gli ha dato la maggior fama è la Statua di Paolo VI, in varie versioni da quella del '68 (Musei Vaticani), al Paolo VI del Sacro Monte di Varese (1986).
    I suoi ritratti sono a tutta figura o si ergono su basamenti complessi fatti di oggetti inanimati e di figurazioni allusive all'identità ed alla vita dei personaggi. Esemplare a questo riguardo è la Biografia inquieta di un personaggio femminile del '73-'76 che riproduce i tratti della moglie Wanda.

    Carlo Ramous (Milano 1926 - 2003)
    Allievo di Marino Marini all’Accademia di Brera, espone le sue prime opere nel 1946. Dopo un brevissimo esordio antropomorfo, con punto di riferimento in Boccioni, Fontana, Melotti, si impone nel panorama della scultura astratta. Presenza plastica e tensione dinamica convivono entro una spazialità geometrica in parte esaltata e in parte contraddetta da un sapiente gioco di equilibri in grado di sfidare la pesantezza e la rigidità dei materiali, dal legno ai metalli. Inoltre è evidente la propensione a “piegare” la materia inerte affinché diventi scrittura lineare e ideogramma: corpo leggero e senza gravità che ha come spazio privilegiato i luoghi aperti della città, negli spazi urbani del Giappone e dell’Europa, tra cui la celebre scultura in P.za Conciliazione a Milano.

    Giuseppe Spagnulo (Grottaglie, Taranto 1936)
    Formatosi alla scuola della ceramica di Faenza si appassiona all’uso delle terre e dei materiali ad alta temperatura, come saranno poi l’acciaio e il ferro. Divenuto assistente di Fontana e Arnaldo Pomodoro a Milano dal 1959, inizia la sua carriera con la stagione dei Grandi ferri intorno al 1968. Stagione di impegno sociale e di protesta che si traduce con la collocazione delle sue opere in piazza. La sua scultura parla dello spazio e del modo di abitarlo con punto di riferimento nei fori e nei tagli di Fontana, volti a generare l’idea e la realtà uno spazio “altro” ma anche a ferire brutalmente la materia. Il ferro impagina figure d’imperfette geometrie che indagano la complessa dimensione del verticale-orizzontale, del cilindro, del cubo della piramide. Gli assunti dell’Informale europeo eppure del Neodada alla Ettore Colla, con un occhio alla Minimal Art, sono connaturati alle sue opere bruciate dal fuoco, gelate dall'acqua, indurite dall'aria, testimoni di un tempo senza tempo.

    Giuseppe Uncini (Fabriano, Ancona 1929)
    Lasciate alle spalle le prime esperienze di fina anni Cinquanta, volte al superamento dell’Informale e, individuato il proprio alfabeto artistico in materiali primari quali la terra, la lamiera, il cemento, definisce il senso costruttivo ma anche concettuale del suo fare arte approdando ai Cementoarmati (1958-1962). Dopo l’esperienza del Gruppo 1 (1961-1967), inizia la straordinaria avventura che dai Ferrocementi e dagli Strutturaspazi degli anni '60, attraverso le indagini sull'Ombra (1968-1979) e le Dimore (anni '80), giunge fino agli Spazi di ferro e agli attuali Spaziocementi.
    Non estranea agli influssi del Minimalismo e dell’Arte Povera, fondamentale è l’attenzione a creare forme che non “stiano” nello spazio ma “siano” esse stesse spazio, con una morfologia geometrica legata ai processi della percezione ottica in cui luce-ombra-spazio-tempo possano divenire materie concrete in un continuum dialettico tra essere e apparire.

    Mauro Staccioli (Volterra 1937)
    Matura l’idea di una scultura di relazione con lo spazio alla fine degli anni Sessanta.
    Sin dagli esordi produce segni “forti” che si originano in un rapporto dialettico con il luogo nel quale e per il quale sono realizzati: Volterra (1972); Castello di Vigevano (1977). Nel 1982 interviene nel parco di Villa Celle a Santomato di Pistoia e realizza sculture in tutto il mondo. Gli strumenti adottati sono la fotografia, il fotomontaggio e il disegno che traccia nell'immagine del luogo la presenza di una forma geometrizzante: passaggi indispensabili per creare l'oggetto-scultura che andrà a occupare quel "vuoto''. Un processo apparentemente semplice come lo sono le sculture dalle sagome e dai volumi costanti o senza grandi variazioni; forme che negli anni Settanta sono più spigolose, squadrate, e in seguito addolcite nei contorni e nei volumi, fino a divenire anche circolari o addirittura sferiche, nella produzione della seconda metà degli anni Novanta. Costante è anche il ricorso a minimi accorgimenti che indicano il senso di un disequilibrio simbolo di precarietà.

    Valeriano Trubbiani (Macerata 1937)
    Caratterizzata da un marcato andamento narrativo, la sua ricerca si sviluppa dagli anni Sessanta in avanti. Il montaggio di elementi diversi (oggetti, macchine, pezzi meccanici, figure umane e animali) da luogo a composizioni molto teatrali, giocate sul contrasto del sublime e dell'orrido, il cui filo conduttore è la crudeltà connaturata alla società tecnologica. Il bestiario degli animali si è via via ampliato in leoni, cavalli, scimmie, pesci che trapassano blocchi di mare solidificato su cui vagano altrimenti solcato da armati battelli in pericolose crociere. Al tempo stesso la sua tematica si è estesa alla rappresentazione di città assediate da cui fuoriescono o sono oppressi giganteschi animali, e di paesaggi fatto di promontori franati e impennacchiati da alberi simili a ordigni di una misteriosa meccanica. Il tutto unificato da quella che egli stesso definisce la "crudeltà della creazione".

    Mario Ceroli (Castelfrentano, Chieti 1938)
    Formatosi negli studi di Leoncillo, Ettore Colla e Pericle Fazzini, dalla metà degli anni Sessanta inizia ad utilizzare forme ritagliate legate a immagini della quotidianità e della pubblicità, le "lettere" e gli oggetti in legno "ingigantiti", secondo le influenze della Pop Art statunitense. Si volge poi ad una tipologia che diviene tipica: sagome di figure umane ritagliate nel legno grezzo, ripetute in modo ossessivo (La Cina, 1966) o inserite in ambienti in cui lo spazio diviene il tema centrale (Cassa Sistina, 1966). Per via del materiale "povero" non mancano tangenze all'Arte Povera, ma senza mai prescinde dalla definizione della forma. Inoltre il carattere del suo lavoro lo porta a sconfinare nel cinema, nella scenografia, nel disegno di ambienti, nella progettazione di chiese e del loro arredo interno, fino a un progetto, mai completato, di teatro. Su grande scala anche le "rivisitazioni" tridimensionali di opere del passato come La battaglia di San Romano di Paolo Uccello, L'uomo di Leonardo, I Bronzi di Riace o i braccianti del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo.
    A metà degli anni Ottanta le lastre di legno vengono sostituite da lastre di vetro che danno vita a effetti cromatici.

    Luciano Fabro (Torino, 1936)
    Fa parte del gruppo di artisti detti Poveristi e ha sempre lavorato con tecniche artigianali. Negli anni Sessanta usa il vetro, in parte specchiato e in parte trasparente, e leggeri tubolari di metallo che evidenziano forme e materiali come semplici veicoli luminosi e dinamici in voluta risposta dialettica alla spazialità di Lucio Fontana. Utilizza la scultura con le tecniche artigianali del marmo, del bronzo e dei tessuti e realizza la nota serie de I Piedi, ripresi in varie forme. Negli anni Ottanta crea alcune opere chiamate Habitat perché "luoghi confortevoli" e verso la fine degli anni Novanta, cominciano ad apparire una serie di opere sul concetto d'immagine allo stato puro e originario. Sempre negli anni Novanta realizza alcune opere pubbliche sull'iconografia civile, urbana, naturale e religiosa.

    Alba Gonzales (Roma 1939)
    Dedita alla scultura dagli anni Settanta, vuole restituire nel modellato la plasticità del movimento della danza da lei praticata a livello professionale. Dopo gli esordi con una figurazione tradizionale, subisce il fascino delle materie (pietre, tufi, marmi) indirizzando l'esperienza verso una stilizzazione del corpo con suggestione totemica. A Querceta e a Carrara vede crescere le proprie opere accanto a quelle dei più importanti e riconosciuti Maestri (Moore, Marino, César, Signori, Cascella, Consagra). Dal 1986 nasce il tema Amori e Miti e dagli anni Novanta quello delle Sfingi e Chimere, ovvero la bestia che è dentro di noi, in una drammatizzazione e teatralizzazione della figurazione fantastica con forti componenti erotico-oniriche.

    Cordelia von den Steinen (Basilea 1941)
    Allieva di Marino Marini all’Accademia di Brera, inizia a lavorare dal 1965. Conosce a Carrara Pietro Cascella, suo futuro marito, e si trasferisce in Toscana negli anni Settanta.
    Impiega e predilige la terracotta, ma ama anche il bronzo, per una lettura dell’archetipo della figura femminile con inconfondibile scioltezza scultorea. Tratta il tema della donna come persona attiva nella sua indipendenza culturale e psicologica. Una donna dedita a lavori artigianali e casalinghi ma anche alla lettura, in sintesi alla vita di tutti i giorni. Figure umane oppure oggetti, nature morte, come un ferro da stiro, due uova al tegame, la tavola imbandita con i resti di una ricca cena, un cassetto pieno di posate, sono le immagini ossessivamente ripetute che raccontano, con uno sguardo agli Etruschi e l’altro ad Arturo Martini l’eterna mitologia del quotidiano.

    Mimmo Paladino (Paduli, Benevento 1948)
    Segnato dalla visione degli artisti Pop americani, inizia le sue sperimentazioni con il mezzo fotografico associandolo spesso a disegni. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, unisce alla profonda matrice concettuale delle sue opere un rinnovato interesse per la figura. Nel 1980 giunge all'elaborazione di superfici di grandi dimensioni e opere “forti” nelle quali racconta la vita e il mistero della morte.
    Utilizza l'incisione e molte altre tecniche per rappresentare il proprio "mondo interiore", primordiale e magico, introducendo anche nelle sue tele elementi scolpiti.
    Dal 1985 si cimenta con grandi sculture in bronzo e con installazioni sperimentando così la contaminazione tra diverse forme espressive. Celebre l'installazione in Piazza del Plebiscito di una gigantesca montagna di sale.

    Igor Mitoraj (Oederan, Germania 1944)
    Formatosi tra Cracovia e Parigi e dopo un anno trascorso in Messico a contatto con le antiche culture americane, si dedica esclusivamente alla scultura viaggiando tra Parigi, New York e la Grecia. Dal 1979 a Pietrasanta, scopre che il marmo, la terracotta e il bronzo sono i suoi materiali e decide, nel 1983, di aprire uno studio dividendo la sua vita tra l’Italia e la Francia. La classicità è il referente principale (pur non disdegnando le culture orientali) in quanto mito forse tramontato ma non finito che anche il più sfrenato modernismo tecnologico non riesce a sradicare.
    La sua lettura della tradizione classica vuole essere per frammenti, così come frammentata ci è giunta, a rappresentare gli archetipi dell’antichità. L’isolamento degli elementi di maggior rilievo non è un'operazione nostalgica o ironica ma intenzionata a far sorgere nuovi interrogativi.