L'arte del '600 a Vicenza
Obiettivo did. gen.: Cogliere all'intemo di un percorso cittadino alcune immagini significative e rappresentative della cultura nel XVII secolo.
Obiettivo did. part.: La cultura figurativa nella Vicenza del '600 fra tardomanierismo e barocco.
CENNI STORICI
Nel cuore della città, sulle rive del fiume Retrone, dopo aver percorso il suggestivo ponte S. Michele realizzato da Gianbattista Albanese, tra 1621 e il 1623, su disegno dei
veneziani Tommaseo e Francesco Contini, collaboratori alla fabbrica del ponte di Rialto a Venezia, si giunge in una piazzetta appartata, dominata dall'elegante e sobria facciata dell'Oratorio di S. Nicola da Tolentino, sede della importante Confraternita di S. Nicola che, a partire dal 1617, fu rinnovata, in fasi successive abbellita e nel 1671 rialzata dall'architetto Antonio Pizzocaro. La facciata del 1678 è opera di Carlo Butiron.
Nell'oratorio di S. Nicola si conserva uno dei più prestigiosi cicli decorativi della pittura barocca veneta. Entrati in chiesa si resta immediatamente avvinti dalla
straordinaria ricchezza della decorazione pittorica e scultorea, che riveste interamente le pareti ed il soffitto del piccolo ambiente.
Gli artefici del ciclo pittorico furono Francesco Maffei (Vicenza, ca. 1605 - Padova, 1660) e Giulio Carpioni (Venezia?, ca. 1613 - Vicenza, 1678), chiamati ad impegnarsi in quest'impresa fra il sesto e l'ottavo decennio del secolo.
Nelle tele che ritraggono episodi relativi alla vita e ai miracoli del santo agostiniano, i due artisti esprimono la loro personale e originalissima interpretazione della realtà: da un lato Maffei ("il Miracolo di Cordova", "I miracoli di Perugia e di Foligno" e "San Nicola prega le anime del Purgatorio" 1665-1657) mette in scena gli eventi miracolosi con una foga e un impeto barocchi, avvalendosi di pennellate velocissime intrise di colori brillanti, di ascendenza veronesiana; dall'altro, il Carpioni ("San Nicola che libera un ossesso" 1656) sulla parete destra della navata e tutte le tele del soffitto (1677-1678),
non dimenticando mai la sua aspirazione verso l'ideale ciassicistico neotizianesco e l'inclinazione per un luminismo di estrazione caravaggesca, reagisce alle soluzioni fantasiose e mirabolanti del Maffei, proponendo una pittura di rigorosa austerità formale, in cui prevalgono la chiarezza e la sobrietà delle strutture compositive, definite da un disegno netto e preciso.
Lasciato l'oratorio di S. Nicola ci dirigiamo verso corso Palladio dal quale, superato palazzo Trissino Baston, sede municipale, imbocchiamo la stradella di S. Giacomo dove si
trova l'omonima chiesa di San Giacomo: Galleria della pittura vicentina del '600. Attraverso la sua decorazione pittorica, essa diventò luogo ideologicamente più significativo della riforma religiosa, promossa dai Vescovi Matteo e Michele Priuli nella seconda metà del XVI secolo, a conclusione del concilio di Trento per diffondere nella diocesi vicentina i principi che si ispiravano ai decreti tridentini.
I Padri Somaschi, chiamati nel 1583 ad assumere la direzione delia Parrocchia dei SS. Filippo e Giacomo, dettero inizio intorno al 1603 alla decorazione delle pareti e del soffitto della navata commissionando dei dipinti ad Alessandro Maganza (Vicenza, 1556?-1632),
responsabile della più quotata bottega pittorica operante nella città fra il '500 e il'600.
Il messaggio trasmesso ai fedeli dalle tele della navata è il seguente: attraverso le opere caritatevoli (si vedano gli episodi relativi alla vita e ai miracoli dei due santi dedicatari nei fregi), di cui la fede (ritratta nella figura femminile a destra nella controffacciata) si sostanzia e si vivifica, e attraverso la paziente sopportazione delle sofferenze fisiche dei supplizi (il riferimento è alle scene di martirio dei santi ritratte nel soffitto), Filippo e Giacomo ottennero come ricompensa la glorificazione e la felicità eterna.
La storia delle vite dei due santi è narrata da Alessandro e dai suoi collaboratori, fra cui si distingue il figlio Giambattista (Vicenza, 1577-1617), per mezzo di un linguaggio sobrio, comprensibile, obbediente ai precetti imposti dalla poetica artistica postridentina: echi tintoretteschi e palmeschi nella cupa intonazione del colore, nel prevalere delle ombre e negli schemi compositivi si coniugano a tipologie di impronta veronesiana.
Questa prima fase fu completata con gli interventi dei pittori Maffei e Carpioni, le cui opere sono ora conservate nel Museo Civico di Vicenza.
Fra il 1662 e il 1667 si aggiunsero alla primitiva chiesa il transetto e il nuovo presbiterio: ai lati dell'ingresso dell'altare maggiore furono collocati i due luminosi
teleri di Giambattista Maganza con scene di "Abramo e Melchisedec" e "Davide che danza di fronte all'Arca Santa", situati originariamente sulle pareti dell'antico presbiterio.
Da questo momento iniziò una seconda fase di attività decorativa per i Somaschi: i padri chiamarono allora personaggi di spicco come Giovanni Antonio Fumiani (Venezia, 1645-1710) che realizzò, secondo i modi della corrente neoveronesiana, la "Pentecoste", situata nel
soffitto al centro del transetto; il bolognese Lorenzo Pasinelli (Bologna, 1629-1700), autore della paia con "Sant'Antonio e il bambino Gesù" sull'altare del braccio del transetto destro; il vicentino Bartolomeo Montagna (Cittadella 1630-1704), i cui due dipinti con "Mosè che disseta gli ebrei" (sulla parete orientale del braccio sinistro del transetto) e il "San Gerolamo" (sulla parete meridionale del presbiterio) costituiscono le
prove migliori e più intense di tutta la produzione.
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