Questo sito utilizza i cookies per offrirti la migliore esperienza di navigazione sul sito. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso. Accetto i cookies No

Cerca nel sito

Invia ad un amico
Livello del fiume Bacchiglione
e previsioni meteo di Vicenza

L'Itineario Perduto di Emilio Ambron

Opere della Raccolta Lercaro - Bologna
dal 31 ottobre al 16 gennaio 2004.


Con la serie di iniziative "Museo in Banca", Banca Intesa intende avvicinarsi al pubblico con spunti di conoscenza di alcune tra le più significative esperienze dell'arte italiana tra Ottocento e Novecento.
Con un ritmo bimestrale vengono proposte minirassegna di opere tratte dalla Galleria d'Arte Moderna della Fondazione Lercaro di Bologna, in un luogo di intensa vita quotidiana qual è contra' del Monte, con l'intento di approfondire la comprensione delle sfaccettate espressioni estetiche contemporaneamente. Uscendo dalle sedi deputate l'arte cerca così un suo pubblico, auspicando che l'interesse suscitato possa indurre a una più costante frequentazione delle pubbliche collezioni.


La Raccolta Lercaro di Bologna conserva un corpus ricchissimo di opere dell'artista romano Emilio Ambron. Scomparso nel 1996, a ben 91 anni, egli è stato pittore e scultore di salda tradizione, ottimo mestiere e qualche vivace ardimento; figlio d'arte (la madre, Amelia, è pittrice a sua volta, allieva di Antonio Mancini e amica di Giacomo Balla e di altri protagonisti dell'arte italiana del Novecento), è uomo assai colto e grande viaggiatore per le terre ed i colori d'Oriente.
Vicino per molti anni alla Fondazione Lercaro, l'artista ha voluto legare alla sua Raccolta gran parte delle proprie opere, la propria straordinaria biblioteca di storia dell'arte e alcuni dipinti ed opere su carta molto significativi degli artisti amici di famiglia.
L'attuale presentazione delle sue opere non mancherà quindi di rivelare al pubblico di Vicenza un artista di profonda sensibilità e di impreviste sfaccettature. Particolarmente importante per comprendere il suo percorso è la conoscenza della sua vita avventurosa che lo ha portato giovanissimo da Roma in Egitto (colmi di fascino sono i suoi primi disegni della grande Sfinge, realizzati sul posto ma come in preda ad un sogno smemorato, nel 1924) e poi, in più occasioni negli anni della maturità, a Bali, Shangai, Pechino, in Indocina, a Calcutta ed ancora a Bali, ove nel 1997 gli è stato riservato uno spazio monografico all'interno del museo dell'isola. Affianca ed integra perciò queste brevi annotazioni critiche una esauriente nota biografica redatta da Susanna Ragionieri per la retrospettiva fiorentina del 1998.

Pochi sono i pezzi qui esposti - un importante marmo, un gruppo in bronzo ed alcuni bronzetti più piccoli -, ma tutti insieme possono offrire uno spaccato dell'amplissima produzione di Ambron e, se pur non ci consentono di coglierne interamente la ricchezza di passaggi e di soluzioni, hanno il merito di evidenziare con forza la qualità e la specificità della sua arte, forse nel Novecento il più accreditato erede di quella tradizione di "orientalismo" che anche in Italia ha avuto durante il XIX secolo significativi interpreti, uomini colti, curiosi e affascinanti da culture diverse, che hanno dato il meglio di sé proprio nel portare al pubblico occidentale le figure, i profumi e le armonie segrete di mondi lontani quanto pieni di incanto.
Dopo una vita intera dedicata, con linguaggi ed esiti differenti, all'esplorazione di un altrove che per lui si fa dimensione del quotidiano, a partire dal 1970 è la scultura a divenire l'interesse prevalente di Ambron, con gessi, marmi e bronzi che sempre più reclameranno il suo tempo fino a invadere i suoi occhi, la mente e lo studio.
A volte ciò che attrae la sua attenzione è il ritmo del movimento, la dinamica della concitazione - ed è il caso sia del gruppo bronzeo del Ratto delle Sabine che dell'alta figura del Danzatore -; ma ad affascinarlo soprattutto è l'armonia del corpo femminile abbandonato alla dolcezza di un sogno, la tenerezza levigata di gesti flessuosi fissati nel distendersi di un movimento di danza o nel raccoglimento di una pausa di riposo.
Sono fanciulle in fiore, zingarelle e ninfe, ballerine rituali colte nella freschezza della prima adolescenza ed elette a metafora della purezza del corpo, accarezzate come trasposizioni in immagine di un mondo amato e lontano, di un altrove sognato al suono arcano e cristallino di una arpa thailandese.

Marilena Pasquali



NOTA BIOGRAFICA
Emilio Ambron nasce a Roma il 17 novembre 1905, in una famiglia colta e aperta all'intellettualità internazionale; il padre Aldo, ingegnere ed imprenditore edile, sostiene la diffusione di un gusto architettonico raffinatamente eclettico; la madre Amelia Almagià, pittrice, è allieva di Antonio Mancini e animatrice di un frequentato salotto nelle residenze di Roma e di Alessandria d'Egitto. Qui Ambron trascorrerà la sua infanzia, stimolato dalla varietà e dai colori del mondo orientale.
Nel 1914 rientra a Roma e per volere paterno segue gli studi classici laureandosi poi in giurisprudenza. Ma presto prende a frequentare assiduamente lo studio di Giacomo Balla.
Nel 1928 espone per la prima volta un'opera (Ritratto di Balla) presso la Società Amatori e Cultori di Roma. Nell'estate dello stesso anno visita l'Eritrea e la Somalia al seguito del Duca degli Abruzzi.
Aveva esposto i primi disegni in una personale ad Alessandria d'Egitto nel 1922; nel '24 espone al Cairo, nel '25 ancora ad Alessandria. All'inizio degli anni Trenta frequenta i corsi di Orazio Amato all'Accademia Inglese di Roma; dal 1933 prende a passare lunghi periodi a Firenze, dove espone nella Sindacale del '35 ed entra in contatto con il vivo ambiente artistico locale. Stringe amicizia con Baccio Maria Bacci, presso il quale studia la tecnica dell'affresco, e collabora con lui nelle Storie Francescane della Verna. L'anno prima, a Siena, aveva frequentato la bottega di Umberto Giunti, dove aveva appreso le antiche tecniche pittoriche.

A Parigi nel 1938, decide improvvisamente di partire per Bali; quello che doveva essere un viaggio di pochi mesi si trasforma, per lo scoppio della guerra, in un'intensa odissea di sette anni le cue prime tappe furono Bali, Shangai, Pechino. Nel 1942 si spinse in Indocina e poi a Saigon, ad Angkor in Cambogia, e finalmente a Calcutta, da dove, "stracciato e senza una piastra in saccoccia", come ricorda Bacci, potè fare ritorno a casa nel 1946.
Aveva tenuto numerose personali in tutti questi luoghi e l'isola di Bali era divenuta per lui un vero luogo d'elezione.
Tornato in Italia, nel 1947 espone più volte a Siena, Firenze, Milano. Nel 1951 il conte Guido Chigi Saracini gli commissiona l'affresco con L'incontro di Dante e Sapìa, per la biblioteca dell'Accademia Musicale Chigiana di Siena; l'impegnativo lavoro è concluso nel 1954. Due anni dopo, nel 1956, esegue i cartoni per il mosaico pavimentale della Galleria Dorica di Ancona; nella stessa città eseguirà, per la chiesa di San Francesco delle Scale, alcune pale d'altare terminate nel 1965. Un altro grande pannello con La Fonte Aretusa è realizzato nel 1958 per il Salone d'Onore del Padiglione Italiano all'Esposizione Universale di Bruxelles. Nel 1963 viene premiato con la medaglia d'oro al XIV Premio Avezzano; nel 1966 tiene una personale a Venezia, nel 1967 a Parigi.

Nella primavera del 1968 fa un nuovo viaggio a Bali; iniziano da ora i suoi frequenti, rinnovati soggiorni nell'isola. Dagli anni Settanta trascorre parte dell'anno nella tenuta di famiglia a Cotorniano, nel senese, e inizia a dedicarsi alla scultura che assorbirà, d'ora in poi, gran parte dei suoi interessi.
Nel 1985 dona un folto gruppo di disegni al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi; nello stesso anno un altro gruppo di disegni, oli e sculture, è donato al Museo Pinacoteca San Francesco della Repubblica di San Marino. Le ultime personali sono a Firenze (1992, presso l'Istituto Francese) e a Jakarta (1994).
Nel 1997 il Museo Civico di Bali ha accolto e sistemato un'ampia donazione di opere scelte dall'artista prima della morte, avvenuta nell'estate del 1996. Per volontà testamentaria Ambron ha legato un altro cospicuo gruppo di opere alla Fondazione Giacomo Lercaro di Bologna.