Ville tra i colli Berici ed Euganei
VILLA DAL VERME DI AGUGLIARO
Uno dei pochi esempi ancora esistenti in provincia di Vicenza di una nobile dimora di campagna del XV secolo in stile gotico veneziano.
Posta lungo l'argine del fiume Liona, anzi semi nascosta da questo e dalla vegetazione, rivela nel prospetto meridionale una parziale asimmetria nella disposizione delle aperture tipica di questo periodo.
Le due ampie arcate a tutto sesto su pilastro centrale, danno vita infatti ad un porticato tutto spostato sulla sinistra, mentre il piano nobile mantiene una equilibrata simmetria nella bella trifora centrale e nelle monofore laterali ad arco infiesso e trilobate, su cui si allineano le piccole finestre del sottotetto.
Manomessa nelle due pareti brevi, isolata e priva di adiacenze rustiche, la villa mantiene un fascino "veneziano", accentuato dalla presenza del corso d'acqua, pagina viva di una storia di intelligente valorizzazione del territorio operato dalla Serenissima.
VILLA SARACENO DETTA PALAZZO DELLE TROMBE A FINALE DI AGUGLIARO
Ad Agugliaro la potente famiglia Saraceno aveva vastissime proprietà, al centro delle quali aveva fatto costruire nobili residenze, centro vitale che qualifica il nuovo modello di vita sociale.
I potenti, non più feudatari chiusi nei loro castelli, superbo sogno di dominio, con la costruzione delle ville in campagna aperte da loggiati, porticati, ampie finestre,
accettano una diversa concezione di vita, in rapporto dialettico con la natura colta non solo come ideale arcadico di pace idealizzato ma secondo un costruttivo sistema di rispetto ambientale e di razionale sfruttamento delle acque, delle piantagioni e delle tecniche agrarie.
Dal Verme, Saraceno, Dolfin, Pisani, Repeta, uomini potenti che seguono la storia di questo territorio da Agugliaro a Campiglia, da S. Germano dei Berici a Bagnolo, a Lonigo.
Ad Agugliaro oltre la villa che Palladio costrui per Biagio Saraceno tra il 1549 e il 1568, esiste un edificio comunemente detto Palazzo delle trombe, attribuito da alcuni all'architetto veronese Michele Sanmicheli, ma se non riferibile a lui, certo frutto dell'influsso, forse attuato da quella bottega di esperti lapicidi di Nanto che operano a Vicenza in via Pedemuro S. Biagio.
Lo strano toponimo deriva alla villa dalla presenza di un alto comignolo a tromba, cioè a terminazione svasata di tipo veneziano, distrutto da un fulmine e non più ricostruito.
L'edificio si presenta come un prisma severo, rigoroso nel compatto volume a pianta quadrangolare che ne costituisce la struttura il cui alzato si eleva da uno zoccolo fortemente accentuato da un "toro" aggettante che offre lo stacco necessario a dar valor alle quattro ampie finestre con inferriata che articolano la facciata disposte a ritmo
binato a fianco della porta di ingresso incassata entro liscia cornice, preceduta da stretta scalinata e un tempo sormontata dal grande stemma araldico della famiglia che
accentuava la dignitosa nobiltà dell'insieme.
Il caldo colore della pietra locale che definisce la cimasa delle finestre e la loro soglia poggiata su mensole di rigoroso gusto cinquecentesco e che intesse pure la cornice delle allineate aperture del sottotetto a rettangolo accorciato, è la componente cromatica anche del bellissimo cornicione dorico a triglifi a metope.
Il rigoroso lessico di questa architettura, la nobiltà delle severe forme classicheggianti, il razionale equilibrio delle superfici e dei volumi, l'imponenza vigorosa che l'edificio suggerisce fanno pensare all'intervento attribuito al grande architetto veronese, attuato verso la metà del '500, mentre la vicina isolata torre colombara a due archi acuti fa pensare ad un precedente complesso gotico poi trasformato.
VILLA BIAGIO SARACENO
La villa che risulta già completata nel 1568, quando il Vasari ne parla nelle sue Vite, è opera sicuramente autografa del Palladio che ne include il progetto nei suoi "Quattro libri di Architettura".
Come però è sempre accaduto per le opere di Palladio, essa è rimasta incompiuta, perchè priva dei previsti edifici delle ali che al corpo centrale avrebbero dato equilibrio e nel corso del tempo fu stravolta nella pianta interna rispetto alla originaria pianta a "T" o a "crozzola", per ricavarne dei vani più piccoli.
L'alzato della facciata anteriore evidenzia nella sua essenziale logica semplicità, la piena maturità raggiunta dal Palladio, che equilibrando superfici e aperture offre qui un saggio della misura e dell'equilibrio delle forme architettoniche.
Il corpo centrale come è rilevabile dal progetto pubblicato, è costituito da un avancorpo concluso con un frontone triangolare strutturato da tre fornici, preceduti oggi da scalinata ridotta, ma estesa un tempo a tutte e tre le arcate. Nessun ornamento particolare distrae l'occhio da questa pura architettura, se non piatte fasce ad intonaco
appena rilevato, che seguono il punto di innesto degli archi sui pilastri, le chiavi di volta, le cornici marcapiano.
Unica concessione la ciassicheggiante cornice a dentelli e le modanature a timpano delle due finestre del piano nobile su cui si allineano le corrispondenti aperture quadrangolari del piano attico. L'immagine della villa appare così animata da una profonda, logica chiarezza e da una suggestiva essenzialità costruttiva, mentre la luce assume vibrazioni chiaroscurali addensando le ombre nella loggia centrale.
Una decorazione pittorica fortemente degradata, in via di restauro conservativo, interessa la loggia, il salone e la stanza ad occidente, probabilmente eseguita sul finire del '500. Degno di nota è ii soffitto a travature lignee del salone centrale, dove è stata conservata l'originale decorazione pittorica, unico esempio di questo genere nel panorama delle ville cinquecentesche della provincia di Vicenza.
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