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Pinacoteca Civica Di Palazzo Chiericati
Museo del Risorgimento e della Resistenza

21 gennaio 2000 - 30 aprile 2000

orario 9-17, dal martedì alla domenica, lunedì chiuso
biglietto per le due sedi espositive Lire 6.000 (ridotto 3.000)


L'atrio blu

Nell'emiciclo che introduce alle sale espositive trova posto una significativa coppia di opere di Giovanni Busato, specchio delle diverse anime ispiratrici della mostra: dalla riscoperta di artisti vicentini, come appunto il Busato, Pietro Roi ed altri, condannati ad ingiusto oblio o fama locale e che ora ritrovano una corretta sistemazione storico-critica, al tributo doveroso al mecenatismo di generosi cittadini, grazie al quale si costituirono in passato le collezioni civiche. Da un lato l'attaccamento dell'aristocrazia locale ai valori familiari e alle virtù domestiche‚ esaltato nel dipinto con i penetranti ritratti di Elisabetta Manin e del figlio Angelo, ambientato in uno spazio di raffinata ed austera eleganza; dall'altro l'amore dei vicentini per il proprio museo oggi, come nel secolo scorso, è testimoniato dall'ultimo dono di recente pervenuto alla Pinacoteca, il Ritratto di Remo Milani, in cui la patetica figura del fanciullo, deceduto in tenera età, si staglia sullo sfondo del colle di Arcugnano punteggiato dalle sagome dei pini marittimi.
La sala rossa

Un'ampia scelta di ritratti, tra cui spiccano le opere di Busato, fa da corona al Giulietta e Romeo di Pietro Roi, uno dei capolavori della pittura storicoletteraria del secolo, in cui i due giovani amanti "recitano" l'ultimo atto della loro tragica storia d'amore. Nel ritratto di Domenico Piccoli e nella trepida immagine di fanciulla di Domenico Bruschi dalla collezione Pozza-Quaretti, la sala rende omaggio alla generosità ed al gusto collezionistico che nei secoli hanno contraddistinto i vicentini. Accanto alle opere da cavalletto sono esposti dipinti di piccolo formato: valve di conchiglie decorate con soggetti religiosi e ritratti miniati su avorio. Tra i capolavori della rassegna lo straordinario busto in ceramica di Pietro Alverà, testimonianza della capacità tecnica dei ceramisti novesi, e il gesso di Antonio Canova, preparatorio per il ritratto di Ottavio Trento, prodigiosa e inattesa scoperta riservata dai ricchi depositi del Museo.
La sala verde

Domina in questa sala il "paesaggio" in tutte le sue declinazioni: dalla favola allegorica di Giuseppe Bemardino Bison, alle vedute venete e alle scenografie di gusto romantico o esotico di Federico Castegnaro, ai paesaggi di Orsola Faccioli Licata, alle marine di Vincenzo Montefusco e Carlo Brancaccio e per, concludere, al dipinto con le Rovine del Tempio di Paestum, attestante la passione per gli studi archeologici di Giovanni Miglioranza. Ancora uno scenario naturale, trascolorante in diafane tonalità, fa da sfondo al Miracolo dei datteri di Giovanni Busato e alla malinconica meditazione del Dante in esilio di Domenico Peterlin. I busti scolpiti nel marmo da Tiziano Luchetta e fusi nel bronzo da Maria Scola Camerini dialogano con lo spettatore nell'intimità di questo ricreato salotto.
Sala rosa

L'ultima sala rievoca, nella suggestiva ambientazione di una "wunderkammer" ottocentesca, il mondo artistico berico. I figli d'arte della città - Agostino Panozzi, Giovanni Busato, Pietro Roi, Pietro Negrisolo, Giuseppe Maraschini ed Achille Beltrame - conversano con le più autorevoli personalità della società vicentina del tempo, dal conte Giambattista Orazio Porto a Francesco Bressan, da Felice Piovene a Luigi Toniato e Giambattista Berti. Una posizione di rilievo occupano nella sala i ritratti in cera di Bartolomeo Bongiovanni, la cui effigie‚ tramandata da Antonio Zona. Il delicato restauro del ciclo, restituito all'originale leggibilità, consente di apprezzare la consumata abilità tecnica del ceroplasta e la gradevolezza dell'orchestrazione cromatica delle opere. Dall'alto veglia l'imponente busto di Vincenzo Scamozzi, patriarca artistico di Vicenza insieme a Bartolomeo Montagna e Valerio Belli, ritratti nei gessi di Giovanni Turini. Concludono il percorso le suggestive operette, dal timbro intimistico e familiare, della scultrice Adele Caregaro Negrin, figlia del noto architetto Antonio.