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La historia di Vicenza: Greco 1604

Vicenza Basilica Palladiana

3 marzo 1 maggio 2001
Galleria degli Zavatteri
Orario: martedì-domenica 10.30-13.00 / 15.00-18.30


Vicenza è città bellissima: da secoli lo dicono in tanti, lo pensava fra gli altri Goethe, lo ripetono le migliaia di turisti che non mancano di farvi tappa.

Un po' meno - ma forse non può che essere così - lo pensano e lo dicono i vicentini, abituati a viverla per gli inevitabili problemi che accomunano le sorti di Vicenza a quelle di altre città, rischiando di non dar ragione delle bellezze che l'hanno portata ad essere inserita nella World Heritage List dell'Unesco.

Ecco che "Vicenza Città bellissima" diviene una mostra di piante e vedute dal Cinquecento all'Ottocento, innanzitutto per riavvicinare i vicentini alla loro storia, non solo urbanistica, ma anche quella sociale e del costume.

Tuttavia, persino il visitatore meno preparato capirà ben presto che questi documenti iconografici della nostra città sono molto di più che vecchie immagini: sono pagine vive, del libro della memoria collettiva di tutta una città, che meritano di essere rivissute e ripensate.

II risultato è ora sotto gli occhi di tutti, frutto di una progettualità e di un lavoro che hanno visto partecipi l'Assessorato ai Servizi Culturali, la Biblioteca Bertoliana e i Musei Civici in una sinergia preziosa con il collezionismo privato.

E a chi sceglierà di immergersi in questa mostra sarà dato di partecipare a un viaggio nel passato, lungo le strade di una città che vorremmo bellissima anche nel futuro.



Mario Giulianati
Presidente della
Biblioteca Civica Bertoliana

Mario Bagnara
Assessore ai Servizi Culturali
e ai Musei Civici

È ormai lontano il tempo in cui "piante" e "vedute" di città erano considerate semplice supporto documentario, precipua fonte di puntuali informazioni per indagini storiche o artistiche. Ben oltre queste valenze, pur innegabili e a esse, almeno in parte, peculiari, "piante" e "vedute" sono " oggi apprezzate quali "ritratti" che di una città varie, determinate epoche hanno, nel corso dei secoli, voluto tramandarci, di volta in volta seguendo specifici, mutevoli canoni della propria cultura nonché assecondando corrispondenti, intrinseche graduatorie di valori. Non mai, quindi, più o meno fedeli ma pur sempre banali riproduzioni della realtà, ma, di questa, interpretazione abilmente rivissuta e scopertamente finalizzata.

Forse è per questo che della Vicenza più antica e medievale - periodo controverso e spesso funesto di lotte fratricide e brevi libertà, ahimè, presto cancellate, e quindi da dimenticare - non ci è giunta fissata immagine alcuna, salvo, incisa nell'arca di Cangrande, breve accenno alla porta scaligera del Castello. Solo, dunque, a partire dalla più sicura coscienza di una rinnovata cultura umanistica, troviamo delineate immagini della nostra città: esperimenti quattro e cinquecenteschi tutti, comunque, purtroppo perduti tranne il breve accenno nella copertina della "Nobilità di Vicenza", del Dragonzino da Fano, al 1525, e, soprattutto, la grande pianta prospettica di Vicenza, la famosa "Pianta Angelica", già definita il più bel ritratto di città del Rinascimento italiano. Redatta nel 1580 per esser riprodotta in Vaticano, nella Galleria delle carte geografiche, essa ci squaderna dinnanzi, puntigliosamente colto da nord-ovest a volo d'uccello con una inclinazione di circa 45 gradi sul piano dell'orizzonte, l'intero abitato urbano: case modeste e auliche dimore, giardini, broli, campi di gelsi, un assieme in cui spiccano i cantieri ancora aperti delle gloriose fabbriche palladiane, segno del rinnovato fermento edilizio. Spia evidente di un ideale tenacemente perseguito, le logge palladiane della Basilica, al momento lungi dall'essere completate, vi sono anticipate nello loro auspicata, futura interezza.

Passano pochi decenni ed ecco il Monticolo, nella sua "Pianta" del 1611, ruotare il punto di vista presentandoci adesso la città da nord-est, con in alto il quartiere di S. Rocco e di Porta nuova e, in basso, quello di S. Pietro. Asse portante dell'agglomerato urbano diviene ora la "Strada maggiore" (il Corso), rettilineo disteso tra il Castello Scaligero, sopra, e, sotto, il largo dell'Isola (piazza Matteotti), perno attorno a cui ruota l'organizzazione viaria: riflesso, semplicemente in direzione capovolta, della via principale tra le cinque vie di Tebe che, dietro il proscenio dell'Olimpico, concretizzano il sogno della nuova, classica città del Palladio.

L'impianto è mantenuto con strenuo rigore, un secolo dopo, da Giandomenico Dall'Acqua con la sua "Descrizione iconografica della Città di Vicenza", del 1711, preziosa per portarvi inseriti le piante dei principali edifici sacri, pubblici e privati, le cui facciate adornano poi le larghe cornici della pianta stessa. Questa, corredata alla base dalle relative didascalie, diventa così quasi una autentica prima "guida" della città razionalmente impostata, fortunato esperimento la cui validità s'afferma per tutto il '700.

Alle "piante" si affiancano, intanto, le "vedute". Pensiamo, anzitutto, alla Vicenza del Marzari: all'alba del sec.XVII (1604) la città vi è colta da sud, da uno sperone del Berico, in una sintesi deliberatamente settoriale quanto efficacissima. Così si accavallano di fronte a noi, solcati dal Retrone e contro lo sfondo dei tipici monti delle nostre Prealpi, stereometrici volumi, spiccandovi, assieme alle mura e alle torri, i più cospicui monumenti della ormai rinnovata "facis" urbana autocelebrativa e classicheggiante: dalla Basilica Palladiana alla Loggia del Capitaniato all'abside della Cattedrale, con la sua cupola, anche palladiana, coronata dall'angelo trionfatore.

Viceversa, la "Veduta panoramica di Vicenza" di Cristoforo Dall'Acqua, apparsa poco dopo il 1780, sempre dal luogo privilegiato delle pendici del Berico, abbraccia però stavolta tutta distesa la città, ancor chiusa entro la sua ormai inutile cinta murata, irta di torri, di cupole e, numerosissimi, di campanili: luogo privilegiato di serenità e di pace, baciato dalla fortuna ed esaltato dalla Fama che vola nell'alto al suono della tromba fatale.

D'altronde, ad entrarvi, quella Vicenza appare ben consona a quell'immagine. Ce l'illustra, appena qualche lustro avanti, presumibilmente tra il 1760 e il 1764, Cristoforo Dall'Acqua in dodici eleganti "Vedute", dedicate a piazze, giardini e "larghi" del contesto urbano. A torto troppo spesso considerate, entro le loro cornici un po' leziose attardate in un vibrante "rococò", quale specchio di una sonnolenta, se non spenta, vita di provincia, vi è invece dato cogliere quasi una chiarezza "illuminista" nel rigoroso taglio a cannocchiale delle dilatate prospettive, nella stretta consequenzialità che finalizza l'alterazione dei rapporti proporzionali. Una città che con le sue quinte scopertamente scenografiche piacerà, del resto, agli appassionati forestieri del "grand tour", non escluso il Goethe. Mentre una folla di personaggi variamente atteggiati vediamo ormai scendere in queste strade e in queste piazze decisa a rimanervi popolando con il suo minuto conversare pure le prossime vedute ottocentesche.

Nel qual gruppo, assieme a quelle di un Martinolli, di un Cecchini, di un Alverà o a quelle, invero più fantasiosamente pittoresche, di uno Chevalier, spiccano, per autorevole completezza, quelle di Marco Moro, con il suo "Album di gemme architettoniche" del 1847 e, appena tre anni dopo, la sua raccolta dedicata a "Vicenza e suoi dintorni", del 1850. È la Vicenza del Moro una città tranquilla e felice nel suo modesto metro, fiera sì dei suoi monumenti e gelosa delle sue "gemme architettoniche" quanto però del tutto lontana sia dalla cristallina chiarezza dei "lumi" settecenteschi sia da ogni albagia autocelebrativa dell'aulica grandiosità classicistica. Aristocratici a cavallo o piccoli borghesi, carri di fieno e masserizie o carrozze nobiliari, frotte di popolani o cicaleccio di lavandaie animano qui l'impianto delle "vedute": anche i più famosi capolavori palladiani, dalla Basilica al Chiericati alla Rotonda, anche, le più imponenti chiese - un S. Lorenzo, una S. Corona - rifiutano qualsiasi sospetto di meditata astrazione, scendono senza rimpianti dal loro piedestallo di contemplati "monumenti", si fanno più dimessi e più umani. E intanto, se si vedono ancora carrozze e cavalli, ci si sente ormai in dovere di immortalare addirittura pure la "Stazione dell'Imperial Regia Strada Ferrata", mentre l' "orribil mostro" della locomotiva già si "sferra" a interromper bruscamente - e sarà purtroppo per sempre - la quiete ormai al tramonto di una mitica provincia irripetibile.



Franco Barbieri