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La cotogna di Istanbul - Ballata per tre uomini e una donna

Lunedì 27 settembre l'incontro con l'autore

La cotogna di Istanbul - Ballata per tre uomini e Paolo Rumiz scommette sulla forza delle grandi storie e si affida al ritmo del verso, della ballata. Ne esce un romanzo-canzone singolare, fascinoso, avvolgente come una storia narrata intorno al fuoco. Racconta di Max e Maša, e del loro amore. Maximilian von Altenberg, ingegnere austriaco, viene mandato a Sarajevo per un sopralluogo nell’inverno del ’97. Un amico gli presenta la misteriosa Maša Dizdarevic´, “occhio tartaro e femori lunghi”, austera e selvaggia, splendida e inaccessibile, vedova e divorziata, due figlie che vivono lontane da lei. Scatta qualcosa. Un’attrazione potente che però non ha il tempo di concretizzarsi. Max torna in patria e, per quanto faccia, prima di ritrovarla passano tre anni. Sono i tre anni fatidici di cui parlava La gialla cotogna di Istanbul, la canzone d’amore che Maša gli ha cantato. Maša ora è malata, ma l’amore finalmente si accende. Da lì in poi si leva un vento che muove le anime e i sensi, che strappa lacrime e sogni.

Da lì in poi comincia un’avventura che porta Max nei luoghi magici di Maša, in un viaggio che è rito, scoperta e resurrezione. Max Altenberg ha raccontato infinite volte la sua straordinaria vicenda d'amore con Maša. E nella folla di ascoltatori che in lungo e in largo per l'Europa sono stati colpiti da quelle infiammate parole, c'era anche lui, Paolo Rumiz. Il quale ha ripetutamente chiesto ad Altenberg di mettere per iscritto una vicenda che vede intrecciarsi secoli di storia burrascosa e la forza di un amore disperato, inafferrabili visioni arcane e la realtà atroce della guerra e della morte, paesaggi maestosi e intimità domestiche. Ma non c'è stato verso: Max riteneva che la potenza della storia fosse legata alla trasmissione orale; come accadeva in tempi lontani, quando la voce prevaleva sulla parola scritta. E chi ascoltava non era meno importante di chi narrava, sì che alla fine tutto si trasformava in mito. E i confini tra vero e falso si confondevano tra loro, mentre nell'animo di ciascuno rimaneva, prima ancora che il significato letterale delle singole parole, un canto. Come è giusto che sia in presenza di una vicenda che proprio da una struggente canzone bosniaca prende il largo. Una volta morto Max, però, Rumiz decide che quell'eredità non deve andare perduta. Si assumerà lui la parte del trascrittore. Lui darà voce a quella trascinante cadenza poetica, scegliendo per questo la forma di una ballata capace di far filtrare dall'imbuto della storia anche l'odore più tenue, il suono più leggero, la parola più remota.

Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, è stato inviato speciale del “Piccolo” di Trieste e in seguito editorialista de “La Repubblica”; segue dal 1986 gli eventi dell’area balcanica. Durante la dissoluzione della Jugoslavia segue in prima linea il conflitto prima in Croazia e successivamente in Bosnia Erzegovina. Nel novembre 2001 è stato inviato ad Islamabad e successivamente a Kabul, durante l'attacco statunitense all'Afghanistan. Tra i suoi libri più recenti si segnalano: “L’Italia in seconda classe” (2009), “Annibale. Un viaggio” (2008), “La leggenda dei monti naviganti” (2007), “E’ oriente” (2005), “Gerusalemme perduta” (con Monika Bulaj, 2005), “Tre uomini in bicicletta” (con Tullio F. Altan, 2002). Da qualche anno compie un canonico viaggio, in estate e in pieno agosto, che racconta giornalmente su “La Repubblica”. Coordinerà la serata il filosofo Luca Romano.

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