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Vicenza: Villa Valmarana

VICENZA: VILLA VALMARANA

Il complesso della villa è formato da più edifici: la palazzina, la foresteria e la scuderia. La fabbrica più antica è la palazzina già esistente nel 1669. Non si conosce il nome dell'architetto che l'ideò per un erudito vicentino: Gian Maria Bertolo, dal cui lascito testamentario ebbe inizio la Civica Biblioteca Bertoliana di Vicenza. La villa venne acquistata dai conti di Valmarana all'inizio del XVIII secolo ed ancora oggi ne sono i proprietari. I Valmarana vollero innalzare nuove strutture: fu costruita la scuderia, la foresteria ed un porticato annesso a quest'ultima. Anche per i lavori di ampiamento non si conosce con esattezza il nome dell'architetto: si ipotizzano quello di Francesco Muttoni, l'artista ticinese che lavorò nella nostra terra veneta ed in particolare alla villa Loschi al Biron, e quello di Giorgio Massari, il maestro già incontrato a Montecchio. Le nuove strutture furono staccate dal corpo padronale e la foresteria venne costruita sfruttando il dolce pendio che scende verso la valletta del silenzio. Nel 1757 il conte Giustino di Valmarana incaricò Giambattista Tiepolo di affrescare gli interni della villa. Tiepolo arrivò a San Bastian dopo aver realizzato, con l'aiuto del figlio Giandomenico, il suo capolavoro: l'affresco dedicato al principe vescovo di Wurzburg, definito l'enciclopedia figurativa del Settecento. Tuttavia a San Bastian accadde un avvenimento nuovo: Giambattista lasciò spazio al figlio Giandomenico, che propose un ciclo di suoi affreschi. È importante il fatto perchè solo "ai nani" possiamo mettere a confronto i due artisti e soprattutto riusciamo a cogliere il valore di Domenico, troppe volte oscurato dalla luce del padre. Il 26 di settembre del 1786 Wolfang Goethe visitò questo luogo e così trascrisse le sue sensazioni: «Oggi ho visitato la villa Valmarana che il Tiepolo ha decorato, lasciando libero corso a tutte le sue virtù ed ai suoi difetti. Lo stile sublime non gli è riuscito come il naturale, ma in questo vi sono cose deliziose...».
La lettura attenta di queste parole ci fa capire come Coethe cadde in un errore comune e risolto solo alcuni decenni fa. Infatti gli affreschi venivano riferiti al 1737 a causa di una interpretazione errata della data presente in foresteria: il cinque veniva confuso con il numero tre. Nel 1737 Giandomenico, troppo giovane, non avrebbe potuto lavorare a fianco del padre e così viene spiegato l'uso del singolare "il Tiepolo". Prima di entrare in villa è obbligatorio affacciarsi dalla terrazza per ammirare la valletta del silenzio e il complesso del Santuario di Monte Berico. Antonio Fogazzaro, il più grande scrittore vicentino del secolo scorso, era legato a questi luoghi e leggendo il suo romanzo "Piccolo mondo moderno" si possono scoprire i paesaggi di questo angolo di mondo rimasto quasi incontaminato.

LA PALAZZINA

La prima sala che si incontra è il Portego. Per noi Veneti questa sala ha la funzione di mettere in comunione l'esterno coll'interno, la natura con le sale in cui si vive. Tiepolo ci seduce immediatamente colle sue prime decorazioni: il "Sacrificio di Ifigenia" ci colpisce. Il vecchio sacerdote deve sacrificare la figlia di Agamennone, Ifigenia. La lama del pugnale sta per affondare nel roseo ventre della giovane, ma nel momento in cui si dovrebbe compiere la tragedia, dall'alto (si guardi il soffitto) la dea Diana invia una cerbiatta, accompagnata da due amorini, per sacrificarla al suo posto. Tra due colonne il padre, il re Agamennone, si copre il volto col mantello e sembra piangere. Sull'altra parete, vi sono soldati in primo piano e sullo sfondo gli alberi delle navi greche che non possono salpare per la mancanza di vento. Sopra le porte laterali spiccano le personificazioni dei quattro maggiori fiumi mondiali. Le architetture di questa sala e di tutte le altre sono opera del grande quadraturista Mengozzi Colonna, che propose false prospettive che "multiplicano" gli spazi, cornici che sembrano tridimensionali. Tiepolo padre ricreò in immagini pittoriche i melodrammi di Metastasio, di Algarotti ed i personaggi affrescati "cantano": sono gli attori visti a teatro dal maestro.

La seconda sala è dedicata all'Iliade, in particolare al legame tra Achille, l'eroe, e la schiava Briseide. Agamennone vuole Briseide e la prima scena si apre cori la giovane che viene accompagnata al sovrano. La donna non vuole avanzare, china il capo, guarda verso il basso, ama Achille. La seconda scena vede Achille che sta per sguainare la spada, sfida a duello Agamennone.
Si noti come quest'ultimo abbia stretto in mano il bastone regio. Nel momento in cui dovrebbe avverarsi la tragedia, Minerva afferra per i capelli Achille e gli impedisce di combattere. La disperazione dell'eroe è il soggetto del terzo riquadro.
Per amore non combatte, abbandona i simboli del dovere (elmo, scudo) e, dalle acque, esce sua madre, Teti, accompagnata da un'altra figura mitologica, per consolarlo.
La quarta parete propone un paesaggio ai piedi dei nostri monti opera di Domenico: un villaggio, dei contadini che si avvicinano, il mondo "naturale" amato da Goethe.

La stanza successiva riassume il capolavoro di Ariosto, "Orlando Furioso". Angelica, la bionda e splendida principessa del Catai, è incatenata alla rupe e prigioniera del mostro marino. Il cavaliere Ruggero, a cavallo dell'ippogrifo, la libera. Noi sappiamo che Orlando ama Angelica, ma Amore (si guardi il soffitto) lancia le sue frecce verso un giovane pagano, Meodoro, che la principessa vede ferito. Ella lo cura con delle erbe mediche ed i due innamorati troveranno riparo presso una famiglia di contadini. Giambattista raffigurò il momento in cui Meodoro dona l'anello come ringraziamento ai due vecchi. La presenza di Giandomenico è riscontrabile nelle figure dei due contadini, nella cesta.
L'ultima immagine ritrae Angelica che incide il nome dell'amato sulla corteccia dell'albero ed il giovane la guarda estasiato.
L'Eneide di Virgilio o, meglio, la Didone abbandonata di Pietro Metastasio è il soggetto della quarta sala. Enea, approdato sulle coste africane, dopo una tempesta, ringrazia la madre, Venere, che gli appare. L'eroe sembra un cantante che deve iniziare un'aria: il braccio alzato, la bocca semiaperta ed il ventre pieno di aria. Didone, seduta sul trono, è splendida ed Enea le presenta il figlio, Ascanio, ma in realtà Amore ha preso le sembianze del ragazzo (si notino le ali, le freccie, il cuore d'oro). Enea non sa cosa fare se rimanere o partire. Il momento della riflessione viene raffigurato sulla terza parete. I simboli del dovere gettati a terra e Mercurio che giunge. Sopra gli specchi, la ricostruzione della fucina del Dio Vulcano. La pittura di Tiepolo è basata sulla luce e quando usa il monocromo (come in questo caso) ottiene risultati straordinari.

L'ultima sala è dedicata al poema "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso. Rinaldo è addormentato, ha una espressione pura, casta. Sopra di lui vi è Armida, la strega pagana. Ella si innamora e fa un incantesimo. Rinaldo, nella seconda scena, sembra non capire più niente, vede esclusivamente questa donna dura. L'incantesimo si rompe e Rinaldo lascia Armida, nelle isole fortunate. Sul volto della strega si coglie la disperazione di perdere l'amato. Sul soffitto viene proposta la Virtù che domina il Vizio.



Stanza I: Atrio di Ifigenia
  1. Sacrificio di Ifigenia
  2. Diana ed Eolo
  3. La flotta greca (anche 4)

Stanza II: dell'Iliade
  1. Agamennone riceve Briseide
  2. Achille sfida Agamennone
  3. Il dolore di Achille
  4. Paesaggio ai piedi dei monti
  5. Minerva

Stanza III: dell'Orlando Furioso
  1. Angelica prigioniera del mostro marino
  2. Amor bendato
  3. Angelica cura Medoro
  4. Angelica e Medoro presso una famiglia di contadini
  5. Angelica incide il nome di Medoro sulla corteccia dell'albero
Stanza IV: dell'Eneide o Didone abbandonata
  1. Enea ringrazia Venere
  2. Enea ricevuto da Didone
  3. Enea e Mercurio
  4. La fucina di Dio Vulcano
  5. Soffitto distrutto

Stanza V: della Gerusalemme liberata
  1. Artemide vede Rinaldo
  2. Rinaldo viene stregato da Armida
  3. Rinaldo e Ubaldo
  4. Rinaldo lascia Armida
  5. La virtù domina il Vizio


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